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La Nigeria è fra i più grandi esportatori di petrolio eppure rimane povera e malata

Postato da on lug 6th, 2010 e file sotto Hi-Tech. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Negli ultimi cinquanta anni in Nigeria sono stati perduti da oleodotti  vecchi di 40 anni, 1,5 milioni di tonnelate di greggio, equivalenti al quantitativo di petrolio riversato nelle acque del Messico dalla British Petroleum.  In Nigeria esistono 606 pozzi di petrolio; l’attività estrattiva provoca la fuoriuscita di un elevato quantitativo di gas naturale, processo noto come gas flaring. Generalmente le stesse compagnie petrolifere sono solite veicolare queste perdite di gas che vengono in parte bruciate per non causare danni alla salute ed in parte utilizzate per la produzione di energia elettrica. In Nigeria tuttavia questa pratica non è mai stata adottata, parte del gas viene bruciato e parte si disperde nell’ambiente con un risultato devastante sul clima e sulla salute della popolazione locale. La maggioranza delle perdite avviene in prossimità del delta del Niger, dove infatti la vita media della popolazione è inferiore alla media nazionale. La Nigeria è uno dei paesi più poveri del mondo anche se il 40% delle importazioni petrolifere statunitensi provengono proprio da lì. Gli introiti derivanti dalla produzione di greggio finiscono da sempre nelle casse dello Stato e delle multinazionali fra cui Shell, Eni e Total, la popolazione non ha mai ricevuto alcun beneficio. Nel Paese vengono bruciati ogni anno 24 miliardi di metri cubi di gas, pari al 12,5% della quota mondiale, in termini monetari si parla di una perdita di 2,5 miliardi di dollari,  mentre il gas flaring del delta del Niger provoca una fuori uscita di gas di 280 milioni di tonnellate di anidride carbonica che equivalgono al 3% delle emissioni mondiali.

La denuncia proviene dall’Associazione  Amici della Terra, che sostenuta da Amnesty Intarnational  ha tenuto lo scorso primo luglio una Conferenza a Roma.

Fonte Galileo: giornale di scienza


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