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Afghanistan al voto, code ai seggi con l’incubo degli attacchi taliban

Postato da on ago 20th, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Code in un seggio a Kabul

Code in un seggio a Kabul

KABUL – Razzi, bombe a mano, sparatorie, kamikaze in giro per la città. Ma anche centinaia di seggi aperti, migliaia di afgani in fila, poliziotti e soldati pronti a tutto per bloccare i pericoli che riusciranno a intercettare. E soprattutto capi politici che lottano, litigano fra di loro accusandosi l’un l’altro per vincere le elezioni. Come in una democrazia normale.

L’Afghanistan vota, sotto la minaccia dei Taliban ma con la speranza di fare un altro passo verso la costruzione di un Paese meno anormale. Alle 7 di questa mattina, quando in Italia erano le 4.30, i seggi si sono aperti ovunque è stato possibile farlo: si vota per eleggere il nuovo presidente e i consigli provinciali. Nel primo pomeriggio, il presidente della Commissione elettorale indipendente, Azizullah Lodin, dà un quadro confortante: “Possiamo dire che grosso modo il 95% dei 6.521 seggi previsti ha realmente aperto i battenti”. Diverse fonti governative parlano di affluenza “molto buona”. E la Commissione ha deciso che chi sarà in coda al momento della chiusura dei seggi (alle 16 locali) potrà comunque votare.

I guerriglieri integralisti stanno provando a far di tutto per terrorizzare la popolazione e allontanarla dalle urne: a Kabul in mattinata la polizia ha confermato che almeno tre kamikaze hanno provato a dare l’assalto a un commissariato e poi si sono asserragliati in un edificio. Nella sparatoria sarebbero morti alcuni poliziotti, ma nuovi rinforzi hanno circondato la zona nella parte est della capitale. Due taliban sono stati uccisi, uno catturato, si cercano altri kamikaze.

Attacchi in varie province. Di buon mattino, anzi mentre era ancora notte, i talebani avevano già lanciato cinque razzi a Kandahar, la seconda città del Paese, capoluogo della regione in cui sono più aggressivi: di sicuro proveranno altri attacchi.

Un ragazzo ha perso la vita per l’esplosione di un razzo a Lashkargh, capoluogo della provincia meridionale di Helmand, mentre due civili ed altrettanti agenti di polizia sono morti per lo scoppio di un rudimentale ordigno (Ied) nel distretto di Boldak, provinca di Kandahar. Ancora, un taliban è saltato in aria quando la bomba che stava collocando è esplosa in anticipo a Qalat, capoluogo della provincia di Zabul.

L’offensiva dei miliziani ha toccato anche la città settentrionale di Baghlan. I taliban hanno dato l’assalto con l’obiettivo di impedire l’apertura dei seggi. Negli scontri con le forze di sicurezza sarebbero stati uccisi 22 guerriglieri.

L’appello del presidente. Il presidente Karzai ha votato alle 7.30 in un seggio in un liceo accanto al palazzo presidenziale. Vestito col suo solito abito tradizionale a strisce viola e verdi, il colbacco di astrakan in testa anche se a Kabul la temperatura è già alta, Karzai ha messo l’indice in un barattolo di inchiostro indelebile, come gli scrutatori chiedono di fare a tutti gli elettori per dimostrare che hanno già votato. “Sono le seconde elezioni presidenziali in Afghanistan, sono sicuro che, se Allah vuole, porteranno la pace, il progresso e il benessere del popolo afgano”, ha detto ai giornalisti che aveva fatto convocare nel seggio come fa qualsiasi leader democratico nel giorno del voto. “Ho chiesto al popolo afgano di andare a votare, perché grazie al loro voto l’Afghanistan diventerà un Paese più sicuro, pacifico e migliore”.

Kabul oggi è una città chiaramente in stato d’emergenza: il traffico è rallentato, uffici e negozi sono chiusi, ovunque soldati e poliziotti filtrano il traffico, scrutano nelle auto e nei bus, provano a individuare già da lontano volti e comportamenti sospetti per bloccare taliban armati di Kalashnikov o di giubbotti esplosivi. Per il momento non c’è ancora stato nessun attacco, nessuna esplosione davvero drammatica: a parte la sparatoria di Kabul, nella notte oltre ai razzi di Kandahar sono stati sparati mortai a Kunduz e a Ghazni: “Da noi nessuno è stato ferito, ma quelli che erano in fila per il voto sono tutti fuggiti”, ha detto alla Reuters il capo della polizia di Ghazni, Khial Baz Sherzai.

Il confronto politico. Bisogna attendere che questa lunga, nervosa giornata si chiuda per capire cos’è stato il voto in Afghanistan: i risultati si conosceranno non prima di settembre, anche perché il conteggio dei voti verrà ritardato dall’inizio del Ramadan. Ma il “conto” che verrà fatto stasera sarà innanzitutto quello dei morti e degli attentati. “La verità è che per la prima volta ci stiamo accorgendo che oltre al confronto con i terroristi in Afghanistan sta nascendo un vero confronto politico”, dice il giornalista Abdul Zahar. Confronto politico significa che per la prima volta Karzai ha un vero oppositore, il suo ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, che gli sta dando filo da torcere e potrebbe fargli mancare l’obiettivo di essere eletto al primo turno se non riuscirà a superare il 50 per cento dei voti.

Karzai è riuscito a mettere in piedi una coalizione di baroni della politica, capi tribù, ex signori della guerra, affaristi, capi militari e degli apparati: apparentemente gli Stati Uniti hanno preso le distanze da lui, lo criticano sia per gli scarsi risultati del suo governo ma soprattutto per la sua disinvoltura nello stringere accordi con ex criminali o banditi ancora in servizio. Accordi che però gli porteranno il voto e il consenso di pezzi di tribù o di etnie senza cui non si viene eletti presidente.

Il commento di un diplomatico europeo è però un po’ più machiavellico: “La verità è che distaccandosi da Karzai ma continuando a fare di tutto per rafforzare la sua capacità di portare fino in fondo il processo elettorale gli Usa indirettamente danno credibilità a Karzai, evitando di continuare a dargli l'”abbraccio della morte” di un alleato troppo ingombrante per il capo di uno stato musulmano in condizioni di caos come l’Afghanistan”.

Gli Usa non appoggiano esplicitamente Karzai, quindi, ma hanno lavorato con forza assieme alla Nato per permettere il voto: in effetti le elezioni sono il primo, concreto test di politica estera per il presidente Barack Obama, un test “misurabile” e diretto. Fino a ieri pomeriggio l’inviato americano Richard Holbrooke era qui a Kabul. Oggi, nel giorno del voto, si è allontanato per evitare di fare ombra agli afgani: si è trasferito in Pakistan, dove gli Usa si sono schierati in prima fila per risolvere le nuove difficoltà che sta affrontando il presidente Zardari, a sorpresa una crisi energetica e addirittura la mancanza di forniture di zucchero che sta facendo infuriare l’opinione pubblica pachistana. “Anche portare zucchero ai pachistani significa sconfiggere i talebani e rafforzare le democrazie”, dice sorridendo un diplomatico americano.

Solo quest’anno Obama ha inviato altri 30.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli uomini Nato nel Paese per la prima volta alla soglia dei 100.000 (solo gli americani sono 63 mila). Ieri Holbrooke partendo ha ripetuto i suoi complimenti al popolo afgano: “Sono coraggiosi, sanno bene cos’è la politica, sapranno costruire il loro futuro: andando a votare”.


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