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Crisi: gli italiani scommettono sull’impresa Più di 100mila i neo-imprenditori “doc” nei primi 6 mesi del 2011

Postato da on set 1st, 2011 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

1 su 2 vuole realizzare un “sogno”, 3 su 10 cercano un lavoro
Crisi o non crisi aprire un’impresa è il più delle volte una scommessa su sé stessi, l’occasione per realizzare un sogno nel cassetto, prima ancora che una via d’uscita dalla difficoltà a trovare un lavoro stabile da dipendente. “Conosco il mercato e credo di poter sfruttare le mie idee per avere successo”. “Ho lavorato abbastanza da dipendente, ora è arrivato il momento di far valere le mie competenze”. “Il lavoro che ho non mi soddisfa e sono convinto di poter fare di meglio con un’impresa tutta mia”. A chiedere agli italiani che nei primi sei mesi del 2011 hanno deciso di aprire un’impresa, il perché della loro decisione, una volta su due (per la precisione nel 54,4% dei casi), si avrebbe una di queste risposte. Solo in un caso su tre             (il 32,9%) la risposta farebbe emergere la necessità di trovare un primo impiego, un nuovo sbocco lavorativo oppure, ancora, una vera e propria difficoltà a trovare un lavoro dipendente stabile.

 

Questo, in estrema sintesi, il quadro delle motivazioni che emerge da un’indagine condotta nello scorso mese di luglio dal Centro Studi di Unioncamere e anticipata nel corso dei lavori del Meeting di Rimini. Lo studio ha avuto per oggetto un campione di oltre 4000 neo-imprenditori alla loro prima esperienza come titolari di un’azienda, che avesse aperto i battenti tra il 1° gennaio e il 30 giugno.

 

“Le risposte possono apparire sorprendenti solo a chi non conosca la profonda vocazione all’imprenditorialità degli italiani, e a chi sottostimi la quantità e la qualità delle risorse umane e professionali che il nostro Paese può mettere in campo nei momenti più difficili” ha commentato il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello. “La scelta di realizzarsi nell’impresa – ha detto il numero uno delle Camere di commercio – è una scelta della consapevolezza e della fiducia di tanti nostri concittadini nelle proprie capacità e nelle possibilità che il mercato può offrire. Se pensiamo che uno su quattro dei neo-imprenditori del 2011 ha meno di trent’anni e uno su due ha meno di trentacinque, capiamo come nell’orizzonte dei giovani ci sia una forte domanda di spazi di libertà. Questo – ha concluso Dardanello – è un momento di scelte importanti, in cui la politica non deve perdere l’occasione di investire sul futuro. E l’investimento più importante di tutti deve essere fatto sui giovani. Attraverso il sostegno alle famiglie, favorendo un sistema scolastico più orientato al lavoro, incentivando la vocazione all’impresa. Riforma dell’apprendistato e  riduzione al 5% delle imposte alle imprese giovanili, per i primi cinque anni di vita, sono segnali concreti e importante su questa strada. Accanto a questo, però, serve una forte spinta per aprire mercati finora bloccati e protetti e liberalizzare piccole e grandi ‘riserve di caccia’ che frenano il rilancio del Paese”.

 

Le ‘vere’ nuove imprese del 2011

L’indagine di Unioncamere ha preso in esame le 231.880 iscrizioni di imprese ai registri delle Camere di commercio avvenute nei primi sei mesi dell’anno, per isolare quelle che corrispondono a ‘vere’ nuove iniziative imprenditoriali (ad esclusione, cioè di quelle iniziative derivanti da trasformazioni, scorpori o fusioni di imprese già esistenti e che danno luogo, anch’esse, a imprese formalmente nuove rispetto al passato). Dall’analisi dei dati, emerge come il flusso di ‘vere’ nuove imprese del I semestre 2011 sia stato pari al 45,1% di tutte le neo-imprese del periodo, per un totale di 104.525 unità. Di queste, 3 su 5 (il 75,1%) fanno capo ad un neo-imprenditore uomo e 1 su 4 (il 24,9%) a una donna, laddove per neo-imprenditore si intende il titolare dell’impresa individuale o il socio di maggioranza dell’impresa costituita in forma di società.

Al 30 giugno scorso, una su quattro delle ‘matricole’ del 2011 (il 24,5%) ha meno di trent’anni, una percentuale di giovani significativa ma che, addirittura, raddoppia se si aggiunge la fascia 31-35 fino ad arrivare al 44,5% di tutti i neo-imprenditori. Stesso valore percentuale si ottiene sommando insieme le fasce di età 36-40 anni (il 21,8% del totale) e 41-51 anni (22,7%).

Per la gran parte dei neo-imprenditori (il 70,7%), sono bastati meno di 10mila euro per lanciarsi sul mercato, una percentuale che sale al 72,3% nel caso degli under 35. A riprova dell’importanza della possibilità di accedere a forme di micro-credito per la stragrande maggioranza di chi vuole realizzare un progetto imprenditoriale. Solo l’1,9% ha impiegato più di 100mila euro per finanziare la propria idea (ancor meno, l’1,3%, nella fascia dei più giovani). Infine, la stragrande maggioranza dei nuovi capitani d’impresa (il 90,6%) è di nazionalità italiana, mentre solo il 6,3% proviene da paesi al di fuori dell’Unione Europea (3,1% la quota di neo-imprenditori con passaporto UE).

 

Le motivazioni per mettersi in proprio: l’identikit del neo-imprenditore

Per studiare le caratteristiche delle ‘vere’ nuove imprese, all’indagine statistica realizzata sugli archivi delle Camere di commercio è stata associata un’indagine qualitativa campionaria che ha coinvolto 4.160 tra titolari e soci di maggioranza delle ’vere’ nuove imprese. Dall’analisi delle loro risposte, si evince chiaramente come la principale molla a spingere le ‘matricole’ del 2011 a fare impresa sia una diffusa consapevolezza di poter affrontare il mercato con i propri mezzi per sfruttare una specifica opportunità (25,5%). Più a distanza (10,9%) segue la spinta legata alla volontà di valorizzare competenze ed esperienze professionali maturate lavorando all’interno di un’azienda, mentre il desiderio di conseguire il successo personale ed economico riguarda un ulteriore 10,1% delle risposte. A corredo di questo insieme di motivazioni, c’è poi anche una quota di neo-imprenditori (pari all’8%) che si dichiarano insoddisfatti del lavoro precedente e che hanno perciò deciso di intraprendere un’attività in proprio. Il restante 12,6% degli intervistati indica, infine, una serie di altri motivi specifici alla base della propria scelta imprenditoriale.

Passando all’analisi delle motivazioni degli under 35, le risposte legate a motivi di auto-realizzazione pesano per il 52,8%, un valore lievemente inferiore alla media delle risposte del campione (1,6 punti percentuali in meno). Più significativo invece (4,3 punti più della media) il maggior peso che hanno per gli under 35 le motivazioni legate all’auto-impiego (il 37,2% delle risposte).

 

La transizione verso l’avveuntura imprenditoriale

Se, in media, il 24,3% dei neo-imprenditori dichiara di continuare a svolgere  la precedente attività – segno che il passaggio all’avventura imprenditoriale è a volte vissuto con prudenza – la maggioranza delle matricole del mercato (il 75,7%) si getta nel nuovo progetto senza guardarsi indietro. La percentuale più elevata di questi casi si rileva tra le professioni di operaio/apprendista e impiegato/quadro: rispettivamente l’84,2% e il 79,3% degli intervistati, infatti, dichiara di dedicare il 100% del proprio tempo nella gestione della nuova impresa. La percentuale scende al 71,4% per gli studenti-imprenditori, per passare al 66,5% con riferimento ai dirigenti e finire al 43,1% per i liberi professionisti.

La transizione verso l’imprenditorialità assume il sapore di un sostanziale ‘part-time’ nel caso delle donne. Ben il 58,3% di quante hanno avviato per la prima volta un’impresa non nasconde infatti di continuare a svolgere pienamente il proprio ruolo fra le mura domestiche. Un dato che, seppure dimostri come il desiderio di trovare spazi di realizzazione sul mercato sia una calamita molto forte per le donne, certifica anche la perdurante difficoltà di tante di loro a conciliare i tempi del lavoro (in questo caso di imprenditrice) con quelli della famiglia.


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