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Dl anticrisi, altolà del Colle: “Li firmo insieme”

Postato da on lug 30th, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Il presidente Giorgio Napolitano

Il presidente Giorgio Napolitano

ROMA – Gliel’aveva detto Napolitano a Tremonti quando, martedì pomeriggio, gli aveva prospettato la via di un mini-decreto per correggere il maxi-decreto anticrisi: “Sta bene, ma a patto che ci sia assoluta contestualità. Io controfirmo la manovra economica solo se contestualmente firmo le correzioni”. Il ministro dell’Economia ha dovuto dare la sua parola perché non aveva alternative. Per tranquillizzare il capo dello Stato gli ha promesso che venerdì ci sarebbe stato il consiglio dei ministri e lì sarebbe stata messa un’immediata pezza ai punti del decreto economico da lui appena bocciato. Attenuata la stretta sulla Corte dei Conti, ridato il concerto alla Prestigiacomo sulle centrali nucleari, ritocchi su colf e badanti.

Ma ieri Tremonti ha cercato di fare il furbo provocando fastidio e sconcerto al Quirinale. Dove, alle 18 e 08, è stata letta con sorpresa un’agenzia in cui si annunciava che le correzioni non sarebbero più arrivate per venerdì. Ma forse il 7 agosto, nell’ultimo consiglio dei ministri prima delle ferie, o addirittura, perché no, il 28, nel primo dopo la ripresa. La “contestualità” raccomandata dal presidente andava a farsi benedire e le norme, in particolare quelle che bloccano le indagini della Corte grazie al lodo Bernardo, sarebbero pure entrate in vigore anche se per una breve finestra. Con un bel risultato, bloccare le indagini romane del pm contabile Guido Patti sulle consulenze affidate dai funzionari del ministero dell’Economia. Ben 400 inviti a dedurre e, per alcuni, anche qualcosa di più, un atto di citazione.

Napolitano si è ritrovato stretto tra due fronti. Da una parte la pd Anna Finocchiaro che bollava “il pasticcio indecente e inaccettabile” del mini-decreto per correggere il maxi-decreto, dall’altra Tremonti che violava i patti. Al centro lui, forte di una “prassi” consolidata e sfruttata pure dai governi di centrosinistra, Prodi per ultimo. Perché fu proprio l’ex premier che, a fine dicembre 2006, fu costretto a fare un decreto per porre riparo allo sciagurato comma Fuda (ne era padre Pietro Fuda, eletto con la lista dei consumatori) che battezzava la prescrizione breve, sull’onda della Cirielli, per i reati contabili. Sempre la Corte al centro dell’attenzione. Al Colle spulciano in archivio ed ecco la nota di Napolitano che annunciava la firma sotto la legge Finanziaria, ma altresì quella “contestuale” sul decreto che la abrogava per fare in modo, scriveva il Colle, che “la norma non entri in vigore evitando qualsiasi ipotesi di danno per l’erario”.

Tutto perfetto? Eh no, perché Tremonti ci prova. Troppe pressioni riceve dai suoi funzionari per tagliare le unghie alla Corte e bloccare la sciagurata indagine della medesima sulle consulenze del ministero. Il lodo Bernardo si sta per trasformare nel lodo Tremonti, con una responsabilità politica e d’immagine ben più pesante per il titolare dell’Economia. Perché un conto è un emendamento del “tal” deputato Bernardo, altro è un decreto sottoscritto da Tremonti in persona. Il braccio di ferro tra Quirinale e via XX settembre è durissimo poiché il Colle ha chiesto di visionare prima il testo del decreto correttivo per evitare sorprese. Troppo pesanti sono le ricadute del lodo Bernardo in procinto di diventare lodo Tremonti. Basti pensare al lungo elenco degli enti su cui la Corte non potrà più indagare. Lista da brivido, che dà il senso della futura impunità per tanti amministratori corrotti o quanto meno faciloni. Via Bankitalia e la Consob. Via le Authority. Via Inps, Inpdap, Inail, e simili. Via le aziende municipalizzate. Via le società in house. Via le comunità montane. Via le aziende autonome. Via le Camere di commercio e l’Unioncamere. Via Enav ed Enac. Via la Treccani. Che resta alla Corte? Ministeri, Regioni, Comuni, Province, città metropolitane. Bottino ben magro. Al Quirinale si chiedono: ma perché tutto questo è finito in un decreto? Dove sono necessità e urgenza d’una simile rivisitazione dei poteri della Corte? Non sarà il caso di “potare” l’elenco e chiarire che s’intende per organismi di diritto pubblico?

Non basta. Resta il “clou” del futuro lodo Tremonti, la pretesa che i pm sappiano, prima d’aprire l’indagine, se “il danno sia stato cagionato per dolo o colpa grave”. È il meccanismo delle intercettazioni, prima di chiederle il pm deve avere “sufficienti indizi di reato”. Giusto quello bloccato dallo stesso Napolitano. Magari così a nessuna toga contabile verrà in mente di ficcare il naso nelle consulenze di Tremonti. Qui Napolitano dice “basta”, chiede le correzioni, vuole vederle prima che vadano in consiglio, esige “garanzie assolute sulla contestualità tra il maxi-decreto votato al Senato e il mini-decreto di correzione”. Un fatto è certo: non firmerà il primo se non “assieme” al secondo.


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