Galileo Galilei “Meglio è una piccola verità, che una grande bugia”

Albert Einstein “Non penso mai al futuro. Arriva così presto.”

Farmaci intelligenti contro il cancro

Postato da on giu 4th, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Intervista dott. Blandino coordinatore responsabile laboratori di ricerca molecolare dell’Istituto Regina Elena.

 Purtroppo in Italia sono 400 mila i malati di tumore ed ogni anno 150 mila persone muoiono di questa malattia, mentre  250 mila continuano ad ammalarsi; perché non si riesce a sconfiggere?

Nella lotta contro il cancro, nonostante i numeri sembrino non darne conferma, ogni giorno i ricercatori, i medici, fanno un passo avanti ottenendo importanti e significativi risultati. Tuttavia non si riesce a sconfiggere definitivamente il cancro, poiché non si conosce così a fondo da poter disegnare delle strategie terapeutiche  tali da eliminarlo totalmente. 

Durante un seminario sulle vendite a cui ho partecipato mi hanno spiegato che nel momento in cui non fossi riuscito a vendere un determinato prodotto, anche dopo aver utilizzate tutte le tecniche che conoscevo, avrei dovuto sbarazzarmi di queste e ripartire da zero. Non è possibile che questo approccio possa funzionare anche con la ricerca contro il cancro?

No, penso sia molto importante, invece,  essere consapevoli della complessità di questa patologia, che è la sommatoria di tante alterazioni genetiche. Dobbiamo immaginare e credere che non avremo un solo farmaco per curare le differenti patologie, ma un gruppo di farmaci la cui attività combinatoria potrà aggredire specificatamente ciascun tipo di cancro. Per disegnare questi farmaci è molto importante conoscere a fondo tutte le alterazioni genetiche specifiche di quel tumore e di quel paziente che si intende curare; conosciute queste è possibile, quindi, disegnare una terapia basata sulle alterazioni molecolari di quel paziente e di quel tumore.   

Nella lotta contro i tumori, all’inizio si ricorreva quasi esclusivamente al chirurgo e poi al bombardamento delle cellule, sia quelle tumorali che quelle sane, e la percentuale di guarigione era intorno al 3-5% de casi, lei cosa ne pensa di questo approccio?

L’importanza del chirurgo, a mio avviso, deve rimanere intatta là dove esiste una patologia ben individuata, senza la presenza di metastasi. Il ruolo del chirurgo è fondamentale poiché, in quei casi, può asportare  la massa tumorale e risolvere, almeno in prima istanza, la problematica. Ma, non dobbiamo dimenticarci che il tumore è una malattia dei geni e a questa malattia dei geni si aggiunge la complessità che contemporaneamente ci sono vari geni che sono alterati. I tumori sono circondati da tessuti sani, ne consegue che un approccio terapeutico mirato non può colpire cellule sane, ma deve essere mirato e specifico per colpire le cellule tumorale e nel contempo disattivare le alterazioni geniche di quel tumore.Questo è il compito e l’obiettivo dei farmaci di ultima generazione, che sono quelli biologici, cosiddetti intelligenti, costruiti apposta per colpire una determinata modificazione genetica. Questi farmaci sono molto importanti anche da un punto di vista concettuale, poiché sono stati disegnati grazie a tantissime evidenze sperimentali raccolte al bancone di ricerca, presso i vari laboratori. Ovviamente il successo di questi farmaci è di vitale importanza nella lotta contro il cancro, dall’altro canto un loro fallimento equivarrebbe al fallimento di un intera analisi di ricerca. Quindi, l’uso di questi è molto  importante, ma necessita di approfondite conoscenze a livello molecolare per ogni tumore specifico che va ad affrontare, infatti, non colpisce più target, ma uno solo specifico.

Come si fa a sapere che quel determinato farmaco va bene per quel tumore, si devono conoscere tutti i geni?   

L’ideale sarebbe quello di conoscere il genoma delle cellule tumorali di quello specifico paziente, così come è stato sequenziato il genoma umano normale, si sta provvedendo a sequenziare il genoma delle cellule tumorali. Ovviamente stiamo parlando di un approccio genomico estremamente complesso, che, ad oggi, non è possibile fare su tutti i pazienti visto il numero elevato di questi. Esistono delle analisi molecolari, più rapide e meno costose, che possono in qualche modo inquadrare le alterazioni molecolari principali di quello specifico tumore. Per esempio, se lei utilizza un farmaco biologico che ha l’obiettivo di correggere il difetto di un gene specifico, che è noto andare incontro a modificazioni in quello specifico tumore, lei non potrà utilizzarlo prima di aver verificato lo stato di quel gene in quel paziente. Infatti, una risposta positiva a quel farmaco significa che quel paziente ha quella specifica mutazione, una risposta negativa può significare, non una inefficienza di quel farmaco, ma che probabilmente il bersaglio che quel farmaco  colpisce non è presente in quel paziente. Non può essere utilizzato al buio questo farmaco, ma deve essere guidato nel suo uso da una profonda conoscenza molecolare di quel paziente.

Ipotizziamo di avere un paziente malato di tumore al quale viene somministrato uno di questi farmaci “killer” creato apposta per quella determinata modificazione genetica, perché potrebbe non funzionare?

Per utilizzarlo in maniera propria, chi prescrive questo farmaco,  gli oncologi, ad esempio, devono conoscere perfettamente lo stato molecolare di quel paziente o, almeno, le alterazione contro le quali quel farmaco specifico agisce. Facciamo un esempio, prendiamo il caso dei tumori al polmone, una patologia molto complessa, con diverse tipologie; ci sono alcuni tipi di tumore, classificabili intorno al 5%, che hanno delle alterazioni specifiche di un gene, esistono, oggi, dei farmaci che possono interrompere il processo oncogenico di quel gene, ma vano usati solo sul quel 5% di casi, non su tutta la tipologia di pazienti polmonari. Per concludere, quindi, se non si conosce esattamente lo stato di alterazione di quel gene non si può applicare correttamente  quello specifico farmaco.

 Chi può fare quest’analisi?  

Per rispondere a questo quesito bisogna ritornare ad un discorso più ampio. Il problema di curare il cancro, oggi, non è il problema di un singolo medico, ma è il problema di un approccio multidisciplinare. Io lavoro al Regina Elena,  qui noi siamo attrezzati per questo tipo di approccio, e quando le parlo di approccio multidisciplinare, le parlo di ricercatori di base, traslazionali, patologi, oncologi, tutti insieme ad affrontare questa problematica, seduti attorno allo stesso tavolo per analizzare il paziente, partendo dal punto di vista molecolare per arrivare alla scelta del trattamento.  In questo approccio, matematici, chimici, fisici, medici, ricercatori, giocano un ruolo altrettanto importante; non c’è un solo protagonista, anche se quello principale è la conoscenza, sapere e conoscere le caratteristiche del nemico che abbiamo di fronte e, fatto ciò, colpirlo con i farmaci adeguati.

Quello che sta dicendo, in qualche modo, crea una rivoluzione, nel senso che quando una persona va in ospedale per farsi curare per un tumore non si può affidare solo all’oncologo, ma deve avere un pool di persone, dall’ingegnere al ricercatore, al matematico, che si occupano di lui, giusto?  

Esattamente, in questi anni abbiamo creato un percorso attraverso il quale le informazione ottenute dai laboratori di ricerca vengono trasferite e applicate al letto del paziente. I farmaci intelligenti ne sono l’applicazione più alta, tanti studi molecolari hanno portato alla produzione di varie molecole che colpiscono specificatamente target molecolari. Oggi è necessario anche il percorso inverso, ovvero dal letto del paziente al laboratorio, per rendere questi farmaci ancora più intelligenti. Il lavoro dell’oncologo deve essere una sorta di ponte, che riceve le informazioni che gli giungono dai laboratori e le applica al paziente; fatto ciò, deve analizzare  i risultati e rimandarli ai laboratori di ricerca. Questi nuovi dati vengono rielaborati per disegnare molecole ancora più intelligenti.

Dottor Blandino cosa succede quando si applicano questi farmaci non conoscendo bene i geni malati?

Per risponderle è opportuno fare un discorso più ampio, in generale tutti i trattamenti terapeutici in campo oncologico sono abbastanza sperimentali, anche i farmaci che sono utilizzati da molti anni, inizialmente erano impiegati con l’obbiettivo di colpire le cellule tumorali, se ne sono misurati gli effetti e ci si è accorti che, oltre a far fuori le cellule tumorali, purtroppo,  facevano fuori anche le cellule normali, tuttavia si è continuato ad utilizzare quello che si aveva a disposizione. Utilizzare un farmaco intelligente è di grande responsabilità e necessita di  una grande moralità, nel senso che non si può utilizzare un farmaco biologico alla cieca, questo è un farmaco che deve essere guidato dall’approfondita conoscenza dello stato molecolare di quel paziente, diversamente quel farmaco viene utilizzato impropriamente con le conseguenze che potete immaginare.

Diventa quindi fondamentale tenere da conto questa moralità nell’agire?

Certo, questa è una moralità intessuta di coerenza, di professionalità e di profonda conoscenza scientifica del problema. Il cancro è una patologia molto complessa, multi genica, non può essere semplificata, ma deve essere affrontata nella sua complessità e deve essere conosciuta approfonditamente, solo quando questo avverrà sarà definitivamente sconfitta.


Leggi Ancora

Lascia una risposta