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G8 priorita alle regole anti-crisi

Postato da on lug 9th, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

I presidenti membri del G8

I presidenti membri del G8

L’AQUILA – Il peggio della crisi è alle spalle ma le incertezze non sono ancora finite. Anche per questo sono più che mai indispensabili nuove regole e solidi meccanismi di vigilanza globale per evitare in futuro di ricadere in altri buchi neri.

Questo, in pillole, il messaggio economico lanciato dalla prima giornata del vertice del G-8 all’Aquila. Nessun trionfalismo dunque, nonostante proprio ieri l’Fmi abbia annunciato previsioni migliori, una crescita mondiale del 2,5% l’anno prossimo. Un po’ più di fiducia sì ma guardia sempre alzata.

«Nonostante i segnali di stabilizzazione, compresa la ripresa dei mercati borsistici, la riduzione degli spread nei tassi di interesse e il miglioramento della fiducia di imprese e consumatori, la situazione resta incerta e permangono rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria» affermano gli Otto Grandi nella dichiarazione economica che ha suggellato il vertice, mettendo in primo piano i rischi per l’impatto umano della crisi e la necessità di lavorare «insieme» per ripristinare la fiducia.

Concordia sulla diagnosi, meno sulla terapia da seguire una volta usciti dal tunnel. «Siamo d’accordo sulla necessità di preparare strategie appropriate per rientrare dalle misure straordinarie adottate per rispondere alla crisi, non appena ci sarà la ripresa». Niente linea comune però. «Le exit strategies varieranno secondo le condizioni economiche e lo stato delle finanze pubbliche e dovranno garantire una ripresa sostenibile nel lungo termine».

Dietro questo linguaggio ovattato, i profondi contrasti tra i Grandi sulle politiche anti-crisi da seguire. Non è certo una novità che tra Stati Uniti ed Europa fin dal principio dell’emergenza sia andato in scena il dialogo tra sordi. Da una parte l’America di Barak Obama ansiosa di pompare stimoli nell’economia per spingerla fuori dalla recessione. Dall’altra l’Europa, convertita alla politica della stabilità “uber alles” dalla Germania di Angela Merkel (e dai suoi precedessori) che invece rincorre sì il rilancio economico ma nel segno della stabilità, dunque del recupero di fondamentali sani, conti pubblici in ordine.

E in fondo non ha tutti i torti se è vero, come è vero, che l’iniezione di qualcosa come 5 trilioni di dollari di fondi pubblici, tra stimoli e salvataggi bancari non è bastata a evitare che il mondo piombasse in una recessione senza precedenti, in una crisi sociale che rischia di scoppiare in autunno mentre l’immensa liquidità immessa nel sistema stenta a entrare in circolo, a carburare la crescita.

Ma proprio perché i risultati ancora non si vedono, Obama vuole tenersi le mani libere per nuovi stimoli, l’Europa invece frena, anche se tutt’altro che compatta. Con la Francia di Nicolas Sarkozy che morde il freno, l’Italia che con Giulio Tremonti fa l’alfiere del rigore, la Gran Bretagna di Gordon Brown allarmata perché dalle banche non fluiscono i soldi che dovrebbero. Mentre il Canada media tra i due opposti partiti. E la Russia di Dmitri Medvedev predica «per gli emergenti una exit strategy fin da ora».

Sono tutti nodi che prima o poi verranno al pettine. Per ora il G-8 preferisce sorvolarci sopra procedendo a ranghi sciolti. Nella speranza che nel frattempo «i mercati finanziari si stabilizzino» e quella «urgente priorità» che è la normalizzazione del settore bancario finalmente si materializzi. «Assicurare l’accesso alla liquidità è cruciale come la gestione degli assets tossici e la ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie» afferma il comunicato di ieri.

Perché la ripresa, quando verrà, non si riveli precaria, dovrà comunque presentare anche altri requisiti positivi. L’altalena dei prezzi del petrolio rappresenta indubbiamente una prospettiva malsana. Il G-8 ha discusso la proposta franco-britannica di calmierare in qualche modo il mercato. Alla fine sembra emerso l’accordo, Russia compresa, per definire a 70-80 dollari a barile il prezzo giusto. Anche se Medvedev si è premurato di aggiungere che «fissarlo è impresa molto difficile».

Sulla conclusione dei negoziati commerciali multilaterali del Doha Round, invece, impegni molto generici. Troppo, per crederci davvero e sperare che possano bloccare le spinte protezioniste in agguato nel mondo globale che fatica a intendersi.


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