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Gli schiavi del 2000 si trovano in Gran Bretagna

Postato da on set 1st, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Diplomatici e “nobili” londinesi coinvolti nello sfruttamento e nella riduzione in schiavitù degli immigrati

Non è tutto oro quel che luccica, e di certo non è così luccicante l’oro che si conserva nelle diplomatiche case inglesi. Secondo quanto emerso da un’inchiesta giornalistica condotta da Channel 4, infatti, dietro lo sfarzo e il lusso dei maestosi appartamenti di diplomatici e potenti famiglie inglesi si nasconde, spesso, un vero e proprio mercato della schiavitù; a pagarne le spese, gli immigrati africani e asiatici.

Impiegati come domestici, in realtà gli stranieri si trovano a vivere in condizioni vessatorie: niente giorno libero, paga settimanale di circa sessanta euro e ritiro di documenti e passaporto, così da rendere inattuabile qualsiasi tentativo di fuga; come se questo non bastasse, in alcuni casi si registrano violenze e abusi sessuali.

Richard Martin, esponente della Polizia, ha dichiarato: «Alcune esperienze vissute dalle vittime raccontano che esse sono state letteralmente incatenate in cucina per lavorare 20 ore al giorno, sette giorni alla settimana, per retribuzioni basse o direttamente senza stipendio».

Altre più drammatiche testimonianze riferiscono di vere e proprie torture, impossibile definirle diversamente, da parte dei datori di lavoro: calci, spintoni lungo le scale, secchi di acqua bollente rovesciati sulla schiena.

Ciò che impedisce alle autorità, peraltro da tempo a conoscenza del fenomeno, di portare avanti un’indagine approfondita e un procedimento contro questi criminali, è l’immunità diplomatica; la legge inglese, prevede, infatti, il divieto di investigare sui diplomatici.

Molto attive, invece, diverse organizzazioni umanitarie, che operano per restituire libertà e dignità alle vittime; l’associazione londinese Kalayann, finora, è riuscita ad aiutare 350 persone.

Fonti: Peacereporter


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