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Il ’68 di Placido infiamma gli animi, un “grande sogno” che fa discutere

Postato da on set 10th, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Michele Placido con Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca

Michele Placido con Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca

VENEZIA – “Il grande sogno” di un mondo migliore, il desiderio giovanile di una società più giusta, che si infrangono contro il principio di realtà: la repressione della polizia, gli arresti, le fughe, e – in prospettiva – il terrorismo. Michele Placido porta in concorso, qui alla Mostra, il “suo” Sessantotto. In un’opera dichiaratamente autobiografica e sicuramente ambiziosa, sia per gli argomenti trattati che per alcune scene di massa, come quella degli scontri di Valle Giulia, a Roma. “Il mio è un vero romanzo popolare e politico”, spiega il regista. 

Ma i contenuti e lo stile dell’opera finiscono per passare in secondo piano, almeno nell’accesissima conferenza stampa di fine mattinata. Segnata dalle polemiche, soprattutto nella parte finale. A una cronista straniera che gli chiede criticamente perché la pellicola sia distribuita dalla berlusconiana Medusa, Placido risponde urlando: “E con chi c… lo dovevo fare? Io non l’ho mai votato, voto dall’altra parte, il produttore con cui ho lavorato è Pietro Valsecchi, non il presidente del Consiglio. Voi inglesi fate le guerre e i film sulla guerra… ma andate a quel paese!”. Polemiche anche per la presenza del presidente di Medusa, Carlo Rossella: “Io ho fatto il Sessantotto”, dice al microfono, seduto accanto a regista e interpreti. Per poi lanciarsi in una interminabile introduzione ai temi del film: cosa che scatena i fischi e gli applausi sarcastici della platea. 

Quanto alla pellicola, alla proiezione per la stampa l’accoglienza è generalmente positiva, anche se con applausi un po’ timidi. Per una storia che si incarna nei tre personaggi principali: il poliziotto aspirante attore (Riccardo Scamarcio), la studentessa cattolica e idealista (Jasmine Trinca), il figlio di operai deciso a fare la rivoluzione (Luca Argentero). Uniti, nel film, da una sorta di triangolo amoroso: lei ama lo sbirro, poi lo lascia, si mette con l’altro, ritorna con lo sbirro diventato studente all’Accademia d’arte drammatica. Ma alla fine, così come il sogno politico che è alla baase della storia, anche l’amore si dimostrerà impossibile… 

Per il regista, un’opera che rappresenta un deciso passo avanti, nell’ambito della Mostra. Visto che le sue precedenti trasferte veneziane, con “Ovunque sei” e “Un viaggio chiamato amore”, sono state ben più controverse, e i giudizi dei critici molto severi. Forse perché stavolta, parlando sullo schermo di se stesso, il risultato ha il tono della sincerità: “E’ vero – conferma lui – stavolta ho raccontato la mia storia, quella di Michele Placido, e di un ragazzo e una ragazza che ho realmente conosciuto. Ho voluto girare un grande romanzo popolare e politico”. 

Ma il film si fa notare anche per la ricostruzione di alcuni episodi realmente accaduti, come appunto gli scontri di Valle Giulia. Commentati all’epoca da Pasolini: il grande scrittore fece notare come i proletari fossero i poliziotti, mentre gli studenti erano tutti figli sulla borghesia. “Io non sono d’accordo con quanto scrisse – dice oggi Placido – quei ragazzi borghesi sono stati i miei primi insegnanti. Quella mattina i giovani del movimento avevano solo pomodori e uova, la reazione delle forze dell’ordine fu eccessiva. E poi devo ricordare che soprattutto le donne, all’epoca, mi hanno insegnato a guardare il mondo con occhi diversi. La passione. Il fatto che la lotta serve sempre a qualcosa. Nel ’68 non c’era ancora violenza, c’era grande energia”. E Mario Capanna – storico esponente di quella stagione, presente in conferenza stampa – approva: “Ha ragione Michele – dichiara – il ’68 non ha mai ucciso nessuno. Anzi, ha avuto solo vittime: in Italia e nel resto del mondo. Complimenti al regista”. 

Placido comunque si dice convinto che il suo film non sia solo un ritratto del passato, ma abbia anche una forte attualità: “Mi auguro di insegnare qualcosa ai giovani – conferma lui – e del resto per ‘Il grande sogno’ c’è già molta attesa: il mio telefonino da giorni squilla in continuazione. Mi hanno chiesto di poterlo proiettare università, circoli di sinistra e di estrema destra, la Fondazione Farefuturo di Gianfranco Fini. Ormai si fanno solo commedie, mentre ai giovani è impedito l’accesso ai fondi per fare film più seri”. Quanto a lui, vorrebbe “fare tanto per il mio Paese in un momento difficile e di grande confusione, attraverso il mio lavoro. Ne approfitto anche per esprimere solidarietà e dedicare il film all’ex direttore dell’Avvenire: un vero spirito sessantottino”. 

In questo fiume di parole, gli attori passano un po’ in secondo piano. Jasmine Trinca ricorda “il lungo lavoro di preparazione sull’epoca: abbiamo letto libri, visto film. Un vero percorso culturale”. Scamarcio, invece, sottolinea “il candore, la curiosità” del suo personaggio: “Sono stato aiutato dai ricordi di Michele di quegli anni. Ma la cosa che mi ha più colpito è vedere come la nostra libertà sia figlia di quel periodo”.


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