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Il futuro della chemioprevenzione passa anche attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica

Postato da on apr 15th, 2011 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

La dottoressa Sabrina Strano, coordinatrice del gruppo di chemioprevenzione molecolare dell’Istituto Regina Elena di Roma, ospite negli studi di MediaLive, spiega l’importanza della chemioprevenzione.

La chemioprevenzione, secondo lei, potrebbe risolvere il problema tumore?
Diciamo che negli ultimi mesi si è manifestato un grosso interesse intorno al discorso della chemioprevenzione, sia in Europa che negli Stati Uniti, a testimoniare questa attenzione ci sono i numerosi articoli su questo argomento usciti su autorevoli riviste scientifiche come Science e Nature. Gli Stati Uniti e l’Europa sono in prima linea nella lotta contro il cancro e hanno capito come l’approccio della ricerca degli ultimi 30 anni sia stato, in parte, fallimentare. La chemioprevenzione rappresenta una nuova idea, quella di cercare di bloccare la malattia, anche se è molto più difficile, prima che di questa si manifestino i sintomi, cioè in quel periodo di latenza in cui il cancro c’è ma non si vede.
Infatti, noi sappiamo che molti tumori, come quello al pancreas o al seno, possono impiegare anche vent’anni prima di manifestare sintomi.
Già tanti anni fa un farmacologo americano Michael Sporn, che sarà nostro ospite a ottobre, parlò di chemioprevenzione e di come attraverso l’utilizzo di sostanze naturali o farmaci si potesse bloccare un processo di formazione tumorale prima del suo manifestarsi.

Medialive ha intervistato anche il professor Umberto Veronesi, che tra l’altro con il suo Istituto collabora al trails del progetto Tevere, e questi ha dichiarato, nel corso della nostra intervista appunto, che tra dieci anni le morti per tumore diminuiranno del 50% rispetto ad oggi. Lei cosa pensa di questa affermazione?
Il professor Veronesi fa un distinguo tra i vari tipi tumorali, noi sappiamo, ad esempio, che in alcuni istotipi tumorali, in questi anni, è stata riscontrata una riduzione dell’incidenza della mortalità dovuta anche ai successi di alcune terapie. D’altra parte, però, lui dice che ridurremmo solo del 50% le morti per tumore a causa di una serie di fattori epigenetici e ambientali, basti pensare alle radiazioni di Fukushima, che, ad oggi, è impossibile prevedere, ne consegue la necessità di essere cauti con certi tipi di affermazioni
C’è un incremento di chi si ammala, però, vero?

Tornando all’intervista al professor Veronesi, questo ha anche affermato, a proposito della chemioprevenzione, che questa pur essendo eccezionale richiede tempi troppo lunghi, ma troppo lunghi rispetto a cosa?
Probabilmente si riferisce al fatto che alcuni agenti chemioterapici non hanno avuto sufficienti studi pre-clinici, per studi pre-clinici si intendono studi condotti su modelli animali o in laboratorio, e di conseguenza questi non possono affrontare uno studio di chemioprevenzione, anche se in realtà alcuni agenti, come la Metformina, ad esempio, si conoscono già molto bene. E’ vero, inoltre, che studi di questo genere, di chemioprevenzioni, richiedono grossi numeri, sull’ordine delle migliaia di persone, mentre gli studi sui pazienti oncologici richiedono numeri più ridotti, dalle 300 alle 400 persone. Va fatta un’ulteriore valutazione, infine, un distinguo tra studi di chemioprevenzione condotti su pazienti oncologici e quelli condotti su pazienti sani; i primi sono senza dubbio meglio disposti nei riguardi di una sperimentazione, mentre i secondi devono avere una forte motivazione che li spinge ad aderire, ad assumere un farmaco magari per cinque anni e ad essere seguiti anche per un periodo maggiore di tempo. Ad oggi, studi di chemioprevenzione primaria condotti su donne sane, fatto salvo il Progetto Tevere, non ne esistono né in Italia, né in Europa e neanche negli Stati Uniti, ci sono studi condotti con la metformina, ma su pazienti malati.
Ma perché non si incrementano gli studi sulla chemioprevenzione che, in ogni caso, hanno costi molto ridotti?
Questi sono problemi legati ad ostacoli posti dalle case farmaceutiche e da parte del personale medico, occorrerebbe, quindi, sensibilizzare l’opinione pubblica, lo stesso personale medico, ma anche il ministero della Salute, anche se, nel nostro caso, va detto che il Ministero della Salute, per quanto concerne il Progetto Tevere, ci ha dato un finanziamento.
Tuttavia questi soldi che il Ministero ci ha dato sono risultati essere insufficienti, poiché spese nei progetti di chemioprevenzione non sono legate tanto al costo del farmaco in sé, quanto al costo della copertura assicurativa.
In questo tipo di studio è stato molto difficile trovare dei brokers che assicurasse persone sane, ma a rischio, con una copertura assicurativa totale e per un lungo periodo della vita, quindi una grossa parte di questi fondi del Progetto Tevere sono stati impiegati per la copertura assicurativa.

È di oggi la notizia che le emissioni di Fukushima sono arrivate al livello 7, per capirci lo stesso livello di Chernobyl venticinque anni fa, e sappiamo che, nonostante Fukushima sia in Giappone, siamo tutti a rischio. Solo poche settimane fa anche in Italia, infatti, sono stati registrati bassi livelli di radiazioni, ma in ogni caso pericolosi, vero?
Ci tengo a sottolineare che basse dosi di radiazioni protratte nel tempo sono molto dannose e letali. Fukushima è un problema molto grave, il governo sta cercando di minimizzare per non diffondere il panico, vorrei solo ricordare che in Giappone nascono ancora bambini con grossi problemi la cui causa è da ascriversi allo scoppio delle bombe nucleari, avvenuto più di settant’anni fa.
Tornando, invece, alla chemioprevenzione, quando tempo dovrà passare prima che la metformina potrà essere data alle persone come agente chemiopreventivo?
Lo studio, per cui si è previsto un tempo di cinque anni, è già iniziato; la metformina viene già somministrata a donne sane in menopausa, ma con caratteristiche fisiche che le vogliono più inclini all’insorgenza di tumore al seno. Alla fine di questi cinque anni si potranno cominciare a trarre le prime conclusioni, entro il sesto anno avremo i primi risultati, anche se queste donne verranno seguite ancora per alcuni anni, da sette a dieci anni.
Per la melatonina, invece, i tempi quali sono?
Gli studi in vitro fin’ora hanno dato risultati un po’ confusi, anche se studi sugli animali si stanno già facendo, tuttavia, va aggiunto, come questa abbia dato buoni risultati nelle pazienti trattate con la chemioterapia, grazie alla sua azione antiossidante, di riparo delle lesioni.

E’ possibile vedere il video dell’intervista cliccando su: I parte e II parte


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