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Il giallo dell’Airbus “Precipitò in mare ancora integro”

Postato da on lug 3rd, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

La Marina militare brasiliana recupera un frammento della coda

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PARIGI

Comincia a dipanarsi la nebbia sulla tragedia dell’Airbus 330 francese precipitato in mezzo all’Atlantico all’inizio di giugno, anche se le autorità impegnate nell’indagine si esprimono con una prudenza tale che sembrano quasi impegnate a sollevare (a loro volta) una cortina fumogena.

L’ufficio inchieste Bea di Parigi ha affermato con certezza che l’aereo dell’Air France non è esploso in volo. Questo porta escludere le ipotesi della bomba o del missile e (si direbbe) anche quelle del cedimento strutturale. Con qualche ambiguità invece si esprime la Bea sul perché l’incidente è avvenuto: «Le sonde Pitot che misurano la velocità dell’aereo sono uno degli elementi, anche se non la causa dell’incidente» ha detto Alain Bouillard, responsabile dell’indagine. Una dichiarazione che lascia spazio alle interpretazioni.

Cominciamo dalle certezze. «L’aereo non è esploso in volo. Non abbiamo trovato tracce di incendio o di esplosivi» ha dichiarato, una volta per tutte, il capo dell’inchiesta della Bea. «L’Airbus sembra aver urtato la superficie del mare in linea di volo, con una forte accelerazione verticale».

Per tradurre, e per farsi un’immagine più chiara, il film sarebbe questo: l’Airbus è arrivato all’impatto con l’oceano ancora integro e in pieno assetto, come se il pilota avesse compiuto il tentativo disperato di planare e ammarare. È una manovra difficilissima ma non del tutto impossibile: nel gennaio scorso, a New York, un pilota abilissimo è riuscito a posarsi sulle acque del fiume Hudson, salvando la vita alle 155 persone a bordo.

L’altra indicazione degli esperti francesi, secondo cui l’Airbus subiva «una forte componente verticale», sta a significare che l’angolazione dell’ammaraggio è risultata eccessiva e l’impatto con la superficie dell’acqua ha disintegrato l’aereo. Purtroppo le 228 persone a bordo hanno avuto tutto il tempo di seguire la propria tragedia attimo per attimo e di guardare la morte in faccia.

Ma prima, che cosa era successo prima? «Sappiamo che i sensori di velocità sono uno degli elementi che possono aver causato le oscillazioni di velocità. Uno degli elementi, ma non la causa della catastrofe», dice la Bea. Che cosa significa?

L’ambiguità potrebbe derivare dal fatto che ben di rado negli incidenti aerei esiste «una» causa singola. La bomba o il missile sono cause di questi tipo. Ma in quasi tutte le altre circostanze, come ad esempio il maltempo o il malfunzionamento di un motore o di un altro apparato di bordo, è quasi impossibile dire che l’aereo è precipitato per «quel» motivo e non per altro: c’è (di regola) un concorso di cause, e come minimo resta il dubbio che il pilota, pur fra tante difficoltà, avrebbe potuto metterci una pezza, e se non ci è riuscito è fin troppo facile suggerire l’idea che un po’ sia stata colpa sua.

In questo senso i sensori di velocità non sarebbero la causa in sé, ma se hanno dato indicazioni sbagliate (e la Bea sembra ammetterlo) hanno messo in moto la catena di circostanze che ha generato la tragedia: forse il comandante pensava di volare a una velocità adeguata e invece no, e così ha perso quota fino all’inevitabile.


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