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Il punto sulla chemioprevenzione con la Dott.ssa Sabrina Strano

Postato da on mar 9th, 2011 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Negli studi di MediaLive abbiamo avuto il piacere di avere come nostra ospite la dottoressa Sabrina Strano, coordinatrice del gruppo di chemioprevenzione molecolare dell’Istituto Regina Elena di Roma, che ha fatto il punto della situazione sullo stato dei lavori all’interno dei laboratori di ricerca da lei coordinati.

Dottoressa da anni ormai seguiamo i lavori dell’I.R.E. e in questo lasso di tempo abbiamo visto crescere il numero e l’importanza dei vostri laboratori, a che punto siamo arrivati?

Parlando anche solo di quest’ultimo anno, nuovi gruppi si sono uniti a noi; ad esempio, un giovane ricercatore austriaco, che ha ricevuto un importante finanziamento il Nusug, istituito dall’AIRC, per istituire una nuova equipe di ricerca. Inoltre abbiamo ricevuto diversi finanziamenti, stiamo mettendo su delle facility, strutture che possono aiutare e migliorare il lavoro dei ricercatori ed è prevista una nuova area laboratori, nella quale lavoreranno nuovi ricercatori, sia della struttura dell’IRE che di altre strutture.

Ma ad oggi quanti siete?

Considerando solo i ricercatori e non i ricercatori-clinici, circa 200.

Parlando, invece, di prevenzioni, in una nostra precedente intervista lei ci ha parlato del Progetto Tevere, ha voglia di rispiegarci brevemente di cosa si tratta?

Questo progetto deve il suo nome al finanziamento che un gruppo di ricercatori italiani, il cui capofila è la Prof.ssa Paola Muti, direttore scientifico dell’Istituto Regina Elena, ha ottenuto dal Ministero della Salute, e che vede coinvolti una serie di centri di ricerca, del Centro del Nord e del Sud Italia. Il progetto prevede il reclutamento di 17 mila donne sane, di una età compresa tra i 50 e 70 anni, alle quali verrà somministrato per 5 anni un farmaco, la metformina. Questo farmaco, in uso ormai da più di vent’anni, viene utilizzato normalmente come farmaco antidiabetico, tuttavia gli studi degli ultimi dieci anni hanno evidenziato come questo eserciti anche delle attività antitumorali. Ultimamente è stato pubblicato uno studio di popolazione del Sud-est Asiatico che ha evidenziato come i pazienti diabetici curati con la metformina, e non con altri farmaci antidiabetici, hanno una minore incidenza di tumori al pancreas, al colon, alla mammella, alla prostata e all’esofago. L’anima dello studio Tevere, tuttavia, risiede nel riuscire a dimostrare, alla fine dei 5 anni previsti dalla sperimentazione, se le donne trattate con la metformina, a differenza di quelle a cui viene somministrato un placebo, abbiano o no sviluppato una minore incidenza di tumori al seno.

L’anno scorso nel corso della nostra intervista parlammo già della metformina, quali progressi sono stati fatti da allora?

Il mio gruppo si occupa soprattutto dell’aspetto molecolare, anche per quanto riguarda il progetto Tevere, noi studiamo l’attività antitumorale di composti, sia sintetici che naturali. Abbiamo visto, attraverso studi su animali e cellule in vitro, che la metformina ha un notevole impatto sulle cellule tumorali modificandone l’assetto verso un fenotipo di una cellula normale. Abbiamo, inoltre, notato che questo assetto metabolico non inficiava molto sulle cellule normali. Quindi questa potrebbe essere utilizzata come un farmaco chemiopreventivo sia per soggetti sani, ma con alta predisposizione al tumore, che su soggetti nella fase iniziale della patologia, quando è possibile ancora modificare il metabolismo di una cellula malata.

La sperimentazione, ad oggi, sta dando dei risultati positivi?

Si, c’è un grosso entusiasmo, soprattutto negli Stati Uniti verso tutti quei farmaci che vanno ad agire sull’assetto metabolico dell’organismo o che vanno ad impattare sulla restrizione calorica. In una precedente intervista avevo già parlato di come riducendo l’apporto calorico vi è notata una riduzione dell’incidenza di rischi di tumore.

Perché, quindi, non estendere a tutta la popolazione questo tipo di sperimentazione?

Per fare questo bisogna che ci sia il consenso di tutta la comunità scientifica, che tutti riconoscano la metformina come agente chemiopreventivo. Perché questo riconoscimento avvenga, però, vi è la necessità di fare tanti esperimenti che confermino questa teoria; quale il progetto Tevere, il primo esperimento al mondo che prevede la somministrazione di metformina su pazienti sani, alla fine di questo la pubblicazione dei dati che ne emergeranno sarà una conferma della validità o meno di questi studi.

Ci sono controindicazioni nell’utilizzo di questo farmaco?

Da quanto abbiamo potuto constatare, nei soggetti che non hanno una sindrome metabolica si sono rilevati in alcuni casi, ma non sempre, dei disturbi gastrointestinali, questo è l’unico effetto collaterale riscontrato.

Potremmo dire che in questo senso è quasi un farmaco “naturale”?

Si, ma non è certo una vitamina, anche se è un farmaco sicuro, in uso da più di vent’anni, molto conosciuto sia dai pazienti che dai medici.

Questa è una delle poche volte, almeno in Italia, in cui la ricerca non insiste sulla chemioterapia o sulla chirurgia, ma sperimenta nuove strade. Con la metformina, secondo lei, la ricerca si è resa conto che bisognava prendere strade diverse rispetto al passato?

Certo, in questi ultimi anni i ricercatori, i medici, si sono chiesti il perché del fallimento di alcune terapie, come quelle bersaglio, che in alcune patologie tumorali hanno dato risultati ottimi, mentre in altre non hanno funzionato e di conseguenza si sono posti diversi interrogativi sulle motivazioni di questo risultato. Proprio sulle terapie bersaglio, gli ultimi risultati hanno fatto si che si facesse un passo indietro, tornando a studiare e sperimentare farmaci che avessero uno spettro di azione più a ventaglio rispetto a quelli molto più selettivi.

Nei vostri laboratori oltre alla metformina fate ricerche anche sulla melatonina, come procedono gli studi su questo versante?

La melatonina, come la metformina, è una sostanza nota, legata al jet lag, all’insonnia, in questi ultimi anni si sta studiando perchè sembra che questa svolga una notevole funzione antitumorale. In una nostra pubblicazione su uno studio di popolazione effettuato su 11 mila donne sane seguite per un arco temporale di vent’anni, infatti, è emerso come le volontarie con una bassa percentuale di melatonina erano maggiormente esposte al rischio di contrarre tumori al seno. La melatonina è correlata al ritmo sonno-veglia, luce-oscurità, questa sua caratteristica ha fatto si che in tutta Europa si portassero avanti studi legati alla salute di chi lavora sempre di notte. Questi che alterano il loro ritmo sonno-veglia e in più sono sottoposti a luce artificiale, sembrano più predisposti all’insorgenza di certi tipi di tumori, prostata, colon, mammella. Molti scienziati si sono interrogati se questo fosse vero per tutti i lavoratori notturni, in realtà si è visto che anche lavorando per molti anni di notte e con luce artificiale molte persone non si sono ammalate, ci sono altri fattori che vanno considerati. Ci tengo a precisare che non tutti i lavoratori notturni svilupperanno una patologia tumorale. Il nostro gruppo di ricerca, non avendo ben chiaro come la melatonina potesse avere una funzione antitumorale, ha studiato in vitro su cellule tumorali le attività di questa. Da questa osservazione abbiamo dedotto come l’attività antitumorale della melatonina consista nella creazione di un meccanismo di protezione dei “danni”, ovvero quando una cellula viene danneggiata, somministrandole la melatonina, in automatico, questa viene riparata. Questa riparazione avviene grazie alla creazione di un meccanismo di soppressione da parte di un gene, P53, detto anche guardiano del genoma, che attiva tutt’altra serie di geni che aiutano a riparare il danno. La melatonina, quindi, aiuta questo P53 nella sua funzione di controllo affinché il DNA non subisca dei danneggiamenti.

La melatonina ripara anche i danni dovuti alle radiazioni? Se si, non si potrebbe somministrare anche ai pazienti che fanno chemioterapia?

A questo proposito abbiamo fatto degli studi, sia su modelli animali che su pazienti. Somministrando la melatonina ai pazienti prima della seduta chemioterapica abbiamo constatato come questa aiuti e faciliti il superamento del trattamento.

La melatonina ha qualche tipo di controindicazione?

Ad oggi non si conoscono controindicazioni.

Quindi qual’ è l’obbiettivo finale dello studio della melatonina?

L’interesse generale con tutti gli agenti chemiopreventivi è quello di introdurre delle nuovi armi terapeutiche senza grossi costi, così da non incidere sul servizio sanitario nazionale, e senza effetti collaterali.

La melatonina è un farmaco chemiopreventivo o no?

Questa ha una duplice funzione, chemioterapica e chemiopreventiva.

Quali sono, secondo lei, i tempi per dare “dignità scientifica” alla melatonina?

Occorrono studi più solidi, queste sostanze non sono ancora molto studiate, almeno in Europa. Bisogna aumentare l’interesse scientifico, fare delle pubblicazioni importanti, perché un farmaco sia messo in uso è necessario che superi diversi step di valutazione.

Nei vostri laboratori studiate anche la vitamina D, come proseguono questi studi?

Stiamo reclutando delle pazienti, in questo caso donne a cui è stato diagnosticato un tumore al seno, per un trattamento, via orale, con vitamina D. Questa verrà data alle pazienti per il periodo che va dalla diagnosi della patologia fino al trattamento chirurgico di questa, una volta fatto questo le pazienti verranno seguite per i 5 anni a venire così da verificare se queste, che sono state trattate con vitamina D, svilupperanno meno delle recidive.

Oltre a questi, state portando avanti altri studi nei vostri laboratori?

Inizieremo a breve degli studi sulla restrizione calorica.

Tornando un passo indietro, avete mai pensato di associare la metformina, la melatonina e la vitamina D nella lotta contro il cancro?

Alcuni lavori hanno associato la metformina e la melatonina, che hanno azioni molto simili, e l’utilizzo sinergico di queste ha dato dei risultati incoraggianti.

La ricerca si sta allontanando dai farmaci chemioterapici tradizionale?

Direi di sì.

Ci sono altri farmaci che state studiando?

Siamo in contatto con una grossa industria toscana di agenti fitoterapici e vorremmo testare una serie di composti vegetali che loro stanno già utilizzando e che loro pensano possano avere un’attività antinfiammatoria. I processi infiammatori sono molto correlati alla patologia tumorale. Per concludere, però, vorrei ricordare l’importanza della prevenzione, al minor sintomo, al minor campanello di allarme consultare uno specialista è importante, come valutare anche i rischi a seconda dell’età e adeguarsi di conseguenza agli esami più opportuni da fare.

E’ possibile vedere il video della pirma parte dell’ intervista cliccando sul link: ItaliaTube

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E’ possibile vedere il video della terza parte dell’ intervista cliccando sul link: ItaliaTube


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