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Inibitori della pompa protonica potenzialmente utili nel trattamento del cancro

Postato da on set 30th, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Ad oggi il trattamento terapeutico d’elezione nella lotta ai tumori rimane quello chemioterapico, accompagnato, a seconda dei casi, dall’ intervento chirurgico.

Il mondo della ricerca, però, non smette di lavorare, non soltanto per individuare in maniera sempre più puntuale tutti i meccanismi del cancro così da scovare le armi per poterlo contrastare in modo efficace, ma anche per rintracciare soluzioni alternative alla chemioterapia stessa, data la natura particolarmente invasiva del trattamento.

Senza con questo voler lanciare false speranza, è opportuno rendere noto che nuovi tipi di approccio alla patologia stanno indirizzando gli ambienti scientifici verso nuovi orizzonti.

In particolare, si sta sviluppando tutto un filone di studi che parte da un presupposto sinora preso poco in considerazione: i tumori sono acidi.

Infatti, secondo quanto emerso al simposio dell’International Society for Proton Dynamics in Cancer (Ispdc), proprio attraverso l’acidità il cancro riesce a creare una barriera che lo rende impermeabile a tutto, farmaci compresi. Si verifica, dunque, un’iperattività della pompa protonica. Alla luce di queste considerazioni, è stato possibile ipotizzare che l’uso di inibitori della pompa protonica, ovvero i comuni farmaci impiegati in caso di ulcere gastriche, possano risultare utili nel trattamento del tumore.

Un simile approccio è stato adottato, per il melanoma, presso l’Istituto dei Tumori di Milano, per il melanoma, ancora, tuttavia, associato alla chemioterapia; i risultati, comunque, sono stati incoraggianti, perché sembra che ci sia stata nei pazienti una risposta migliore alla cura tradizionale, anche in presenza di metastasi.

Si tratta chiaramente di percorsi terapeutici ancora tutti da testare, ma certamente, i costi particolarmente bassi e soprattutto la pressoché totale assenza di effetti collaterali, suggerisce l’opportunità di approfondire questa ricerca.

Fonti: Tiscali


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