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Johnny Depp diventa Dillinger gangster-eroe dell’America in crisi

Postato da on giu 24th, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

LOS ANGELES – Johnny Depp nel ruolo di John Dillinger, il gangster più famoso d’America e forse il primo fuorilegge del Novecento (furoreggiò negli anni Trenta, in piena Depressione) che mettendo a segno spettacolari rapine divenne una sorta di eroe popolare, bello e dannato con mistica da rockstar.

Basterebbe Depp a rendere Public Enemies (in uscita negli Usa il primo luglio) un must per cinefili. E dietro la cinepresa c’è Michael Mann (Manhunter, Insider, Collateral fra gli altri), per molti critici il genio innovatore del thriller-noir contemporaneo. Accanto a Depp c’è Christian Bale, il nuovo Batman (ora in Terminator Salvation), nel ruolo dell’agente dell’Fbi Melvin Purvis che dà la caccia a Dillinger, gagà non privo di fascino soprannominato “il Clark Gable del bureau”.

Il film non è solo la biografia di un bandito ma anche la cronaca di una caccia all’uomo. Con Purvis/Bale che è l’immagine speculare, al di qua della legge, di Dillinger. Insomma, Public Enemies (il titolo evoca Nemico pubblico del 1931 con James Cagney nei panni di un altro celebre gangster dei tempi del proibizionismo) arriva al cinema con un pedigree certificato. E’ l’unico filmone estivo di Hollywood con pretese di Oscar. Ne abbiamo parlato con lo stesso Depp, a Chicago per il lancio del film.

Dillinger era il “most wanted” dell’Fbi e insieme una figura amata dalla gente. Cosa ne sapeva?

“Mi affascina da quand’ero bambino. Avevo per lui la stessa ammirazione che sentivo per Charlie Chaplin o Buster Keaton. Avrà forse a che fare con la mia educazione. Mio nonno faceva il contrabbandiere nel Kentucky e il mio padrino, faccendiere, finì per un periodo in prigione. Ci dev’essere qualcosa nel mio dna che mi lega a Dillinger”.

Come ha lavorato per interpretarlo?

“Michael Mann ci ha dato tutto quello di cui un attore ha bisogno. La ricostruzione dettagliata della sua morte a Chicago nel 1934. Le rapine nel ’33-’34 in Indiana e Ohio. Ho visitato la prigione da cui evase e scoperto quello che fece esattamente, la fuga, l’auto rubata…. Ho portato la borsa che aveva quando venne ucciso, la camicia e i pantaloni trovati al Museo Dillinger. Devo tutto questo a Mann, alla sua mania per la ricerca, la ricostruzione, la scelta dei luoghi”.

Le è simpatico Dillinger?

“Era disinvolto e carismatico, evitava la violenza per quanto possibile. Rubava alle banche corrotte, veri nemici del popolo affamato. Divenne un Robin Hood, una leggenda vivente. Amava la gente comune, odiava i ricchi e l’autoritarismo”.

Era un uomo che non scendeva a compromessi. Lo è anche lei?

“Mi piacerebbe, ma quelli erano altri tempi. Gli anni Trenta offrirono agli uomini l’opportunità di essere individui autonomi, cosa che per noi, oggi è un dato scontato”.

Come si spiega che al grande pubblico piacciono più i “cattivi” che i buoni?

“Sarà perché è eccitante l’idea di farla franca, commettere un crimine e schivare la punizione. Delitto senza castigo. Non è un’idea che ci affascina tutti?”.

Nel film ha solo due scene con Christian Bale. Come le è sembrato?

“E’ dedito al suo lavoro, un uomo di grande intensità e determinazione, bravissimo padre, grande attore. Viene sul set e resta sul personaggio per tutto il tempo. Non so come faccia. Mi piace”.

Dillinger disse: “Non fumo, bevo pochissimo, il mio unico vizio è rapinare le banche”. Qual è il suo?

“Rapino banche anch’io… Scherzo. Anch’io non fumo più, un bellissimo traguardo. Mi sa che dovrò inventarmelo un vizio. Ci lavorerò. Promesso”.

Lei ha due figli piccoli. Vedono i suoi film? Cosa le chiedono?

“Io provo molti dei miei personaggi su di loro. E loro rispondono dandomi la loro opinione. Mia figlia, che ha quasi dieci anni, quando sto su un set mi chiede ‘papà, pensi che potrò vederlo?’ Non potrà certo vedere The Libertine fino a quando avrà almeno 16 anni. E Dillinger non glielo farò vedere per adesso, ovvio. Mio figlio Jack ha visto di recente Edward mani di forbice e si è messo a piangere…”.

Che tipo di eredità vorrebbe lasciare?

“Che i miei figli siano felici e orgogliosi del padre. Se mi chiede che eredità vorrei lasciare nel mondo, non mi viene in mente niente. Sono un attore. Mi preme solo lasciare dietro di me qualcosa di cui i miei figli possano andar fieri”.

Come mai ha deciso di trasferirsi, con sua moglie e i figli, su un’isoletta?

“Dopo le riprese di The Secret Window ce ne siamo andati in vacanza e abbiamo trovato un’isola in Thailandia: amore a prima vista. Me la sono comprata. Parigi iniziava a essere impegnativa. La vita sull’isola mi dà la semplicità di cui avevo bisogno. E non ci sono giocattoli. Per questo i miei figli hanno fantasia da vendere. La mia unica paura, è che vorranno fare gli attori anche loro…”


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