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L’alba dell’agricoltura ci fu 30 mila anni fa, a dirlo è la ricerca italiana

Postato da on dic 17th, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

“Ci sono tanti modi di viaggiare, ma forse il più affascinante è quello che ti consente di viaggiare nel tempo. Ed è nel corso di uno di questi incredibili ‘viaggi’ che la dottoressa Anna Revedin, responsabile del coordinamento dell’Istituto Italiano di Preistoria e di Protostoria, ha scoperto che durante il Paleolitico Superiore, cioè 30 mila anni fa, qualcuno, o meglio, probabilmente una femmina di Homo sapiens, fece fare un enorme balzo in avanti nell’evoluzione della civiltà umana. Insomma, l’Homo sapiens conobbe allora l’alba dell’agricoltura, dato che Anna Revedin, studiando alcuni granuli di amido riemersi dal Paleolitico, ha intuito e pertanto scoperto che qualcuno, appunto, aveva ‘messo a punto una tecnica efficace per macinare i vegetali’. Di qui la possibile, incredibilmente antica, apparizione di un qualcosa assimilabile alla farina.
Perché è per davvero emozionante una simile notizia? Perché, grazie alle ricerche dei bravissimi studiosi dell’Istituto Italiano di Preistoria e di Protostoria, siamo stati posti dinanzi alla fantascientifica conferma di quanto antica sia la vocazione dell’uomo all’utilizzo di sempre nuove tecniche che gli hanno consentito, nel corso dei millenni, di sviluppare ricerche e ottenere modificazioni fondamentali rispetto all’evolversi dell’agricoltura e con l’agricoltura della civiltà degli uomini.
Ricerca e agricoltura, dunque. Tutto ciò già nel Paleolitico, e pensare che ancora oggi c’è chi vorrebbe negare ogni possibilità di crescita alla ricerca, che, come si vede, appartiene invece al più lontano DNA dell’agricoltura.
Ecco, se c’è qualcosa che non va in quanto si sta facendo in Italia in tempo di crisi è proprio il mancato sostegno alla ricerca. Come Ministro delle politiche agricole, sono felice di inviare i miei più entusiasti complimenti alla dottoressa Revedin e alla sua equipe di ricercatori”.


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