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La Fusione Fredda funziona! Ne parla il Dottore Francesco Celani dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati

Postato da on ago 18th, 2012 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

La fusione fredda si può fare? Quali sono i risultati raggiunti dalla scienza in questo campo? Ne ha parlato il Dottore Francesco Celani dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati, che prima di tutto ci ha spiegato in cosa consiste questo fenomeno.
La ricerca sulla fusione fredda è in corso d’opera pertanto non è possibile dare una spiegazione esaustiva, tuttavia ci sono delle evidenze sperimentali che mostrano degli eccessi di calore macroscopici, non spiegabili con la fisica e la chimica nota. Questi fenomeni sono il prodotto dell’interazione tra palladio e deuterio oppure del sistema nichel idrogeno. Mentre il primo funziona anche da solo, l’altro è più complicato da utilizzare. Il materiale per produrre questa reazione deve avere dimensioni minuscole, tra 5 miliardesimi di metro e 20 miliardesimi. Sperimentalmente si è visto che se il materiale ha queste dimensioni i risultati si ottengono. Già questo è sufficiente a dimostrare che la fusione fredda si può fare.

 

Avete confermato che la fusione fredda avviene e allo stesso tempo avete scoperto una nuova tipologia di materiale con cui si ottiene.
Meglio essere rigorosi, il primo che ha sviluppato materiale nano strutturato è stato un ricercatore dell’Università di Osaka in Giappone nel 2002, utilizzando il palladio disperso in una matrice di zirconia per evitare che le nanoparticelle si aggregassero, con una tecnica molto complessa.  Il palladio interagisce con il deuterio allo stato gassoso ad alte temperature producendo degli eccessi termici. L’esperimento è stato ripetuto compiutamente in Giappone nel 2008, con la partecipazione della Toyota, il nanomateriale è stato però realizzato da una terza industria che ha utilizzato unicamente le pubblicazioni scientifiche disponibili, riproducendo quello che aveva fatto il ricercatore dell’Università di Osaka qualche tempo prima. Ovviamente i risultati sono stati di basso livello. I nostri laboratori stanno sperimentando la fusione fredda con nichel invece che palladio e grazie alle affermazioni del dott. Andrea Rossi di Bologna e di un gruppo greco con il quale collabora, abbiamo avuto un’ulteriore conferma che il nichel sa fare le stesse cose del palladio, anzi è anche meglio. Il palladio si rovina oltre i duecento gradi, mentre il nichel resiste di più.

E’ possibile svolgere l’esperimento con acqua calda a 150 gradi, oppure con energia elettrica portando il materiale a una temperatura intorno ai 400 gradi. Proprio per le migliori prestazioni il nichel è divenuto materiale di maggiore interesse. Rossi ha dichiarato che il suo esperimento è stato compiuto con il nichel e un altra sostanza che non ha voluto rivelare. Le ricerche del Dott. Rossi sono a fini di lucro, mentre il nostro è un approccio prettamente scientifico: capire se e perchè questi fenomeni ci sono e possibilmente aumentarli in modo tale da renderli applicativi per tutti. Si tratta di una grande sfida per l’uomo perché è un approccio multidisciplinare che coinvolge conoscenze nell’ambito della chimica, della fisica, dell’ingegneria, ma soprattutto  perché portare a termine questa ricerca significherà poter dare energia pulita a tutti al prezzo più basso possibile. Da un anno e mezzo il nostro lavoro è incentrato nello sviluppo del nanomateriale, ci sta dando buoni risultati, ma il nostro obiettivo è renderlo il più efficiente possibile.

All’ISNFN stiamo lavorando con delle apparecchiature ad hoc, tra le quali un piccolo reattore, costituito da un supporto isolante e due fili paralleli, entrambi di materiale commerciale, modificati da noi. I fili sembrano produrre energia in eccesso. I materiali che usiamo sono poveri, perché devono costare poco, il palladio costa circa la metà dell’oro, mentre il nichel costa molto meno ed è molto più robusto, ha un’elevata resistenza meccanica. Inoltre usiamo l’idrogeno al posto del deuterio. I giapponesi utilizzano polveri disperse nella zirconia, noi dei fili con superficie submicrometica che richiedono quantità di materia minore rispetto a quella usata dai giapponesi. Il filo ha un rendimento più alto e si può studiare senza smontarlo dal reattore.

Per vedere tutta l’intervista vai su:  italialivetube

Intervista a Catalina Curceanu: Italiatube.it

 


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