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La sfida-chiave della produttività di Renato Brunetta

Postato da on giu 30th, 2011 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry


La manovra di aggiustamento del bilancio pubblico e il disegno di legge delega della riforma fiscale rappresentano, presi congiuntamente, un passaggio cruciale non solo per l’azione di governo, ma per il futuro dell’Italia. Quello che si profila è la scelta tra un ritorno al passato, cioè a un sistema caratterizzato da un capitalismo corporativo e uno stato dirigista, opprimente, inefficiente e “catturato” dal primo, e il coraggio di rompere decisamente con entrambe queste facce della medaglia statalista, vere cause, nella loro azione congiunta, del malessere italiano: la scarsa crescita. Si tratta di una scelta di fondo che riguarda entrambi gli schieramenti politici. L’Italia è entrata nella grande crisi finanziaria e nella recessione economica globale in condizioni di debolezza. Nel 2007 il tasso di crescita italiano era la metà di quello europeo, il rapporto deficit/pil superiore alla media europea, il rapporto debito/pil tra i pochi a superare il 100 per cento.
Siamo quindi entrati nella tempesta con una barca che era considerata la più insicura, ma ne siamo usciti e, per di più, con una barca più solida. Nel corso della crisi l’Italia non ha attuato manovre di stimolo fiscale. Non solo non ne avevamo lo spazio, ma avevamo altresì la consapevolezza che sarebbero state inutili e dannose. Non potevamo influenzare la recessione globale con un’azione anticiclica nazionale. Nel corso della crisi, infatti, la scelta di politica economica è stata quella di convogliare tutte le risorse nel rafforzamento degli ammortizzatori sociali, cioè per offrire un paracadute temporaneo ai redditi di coloro che venivano investiti dalla crisi mantenendo forte il controllo sul bilancio. È stata una politica di successo non solo e non tanto per gli effetti anticiclici sulla domanda interna, ma perché ha permesso di salvaguardare il capitale umano, di non indebolire una struttura produttiva che rischiava di essere travolta, anche nelle sue componenti più solide e competitive, dalle difficoltà transitorie di natura eccezionale.
L’operazione ha avuto successo, anche se non poteva influire sulle debolezze strutturali, non congiunturali, che determinano ancor oggi il basso tasso di occupazione, soprattutto nelle fasce giovanili. Questo è il compito che va ripreso oggi, dopo la tempesta. Nel 2010 siamo usciti dalla recessione, sempre con un basso tasso di crescita, ma più vicini a quello medio europeo, se si fa l’eccezione della Germania, con un rapporto deficit/pil inferiore alla media europea, con un debito aumentato ma meno di tutti gli altri paesi. Il divario tra i tassi di interesse pagati per il finanziamento del nostro debito rispetto a quelli tedeschi, presi come riferimento, è aumentato ma non di molto rispetto a prima della crisi, quando i mercati finanziari non mostravano il nervosismo attuale.
Ciò significa che, in termini dinamici, la sostenibilità della nostra finanza pubblica è oggi più elevata della gran parte dei Paesi europei. Ma se la barca è relativamente più solida di prima, i pericoli non sono diminuiti perché il mare è diventato molto più agitato e pericoloso. E i pericoli vengono anche da ciò che sta accadendo in Europa. Siamo abituati a ragionare in termini di vincoli europei, di quel che ci viene chiesto. Ma i problemi non sono questi. Il Governo con il consenso del Parlamento ha presentato all’Europa il proprio piano di stabilità e di riforme secondo le nuove procedure del semestre europeo. Il nostro impegno, perfettamente in linea con gli obiettivi comunitari, è quello di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014. Proprio in sede europea il piano italiano è stato valutato e apprezzato. Per gli anni 2011 e 2012 gli obiettivi posti sono garantiti sostanzialmente dai provvedimenti già adottati. Altri saranno adottati domani per garantire il piano di azzeramento del deficit nel corso del biennio successivo. Le cifre sono per lo più note. Si tratta di aggiustare il bilancio dell’anno in corso e per l’anno successivo rispettivamente per circa 1,8 e 5,5 miliardi. Per il biennio 2013-2014 la correzione dovrà essere di circa 40 miliardi.
Una manovra che viene concepita oggi in modo unitario e che implica mutamenti profondi del nostro sistema e della nostra amministrazione pubblica; mutamenti, peraltro, già preparati dalle riforme varate nei primi 3 anni di governo, con tagli medi di circa 12-15 miliardi di euro l’anno, di entità simile a quelli previsti per il 2013-2014, pur in una fase congiunturale nettamente peggiore. Uno sforzo possibile senza traumi, dunque. Tuttavia è necessario essere consapevoli che le stesse cifre della manovra sono soggette ai contraccolpi di quel che accade fuori dall’Italia, da quanto, appunto, avviene in Europa. La crisi greca e degli altri Paesi europei in difficoltà  di finanziamento dei loro debiti sovrani, se non risolta in modo strutturale e senza incertezze, rende instabili i mercati finanziari e si riflette sulle remunerazioni richieste per il finanziamento di tutti i debiti sovrani. Gli attacchi speculativi che non si manifestavano prima della crisi globale, oggi sono di controllo più difficile. D’altra parte i mercati finanziari valutano i debiti in base anche alla crescita economica che ne garantisce la sostenibilità di lungo termine. E il tasso di crescita dell’Italia dipenderà anch’esso, in parte, dalle politiche complessive europee e americane e dalla loro capacità di coordinarsi per evitare una fase di prolungata stagnazione.
Ma proprio perché molte variabili non sono nel pieno controllo italiano, la nostra politica non può essere di attesa o di adeguamento minimo agli obiettivi enunciati. Per questo la manovra per il 2013-2014 da subito. Altro che furbata dilatoria. Esattamente il contrario.
L’Italia ha oggi molte carte da giocare nel mutamento degli equilibri economici mondiali. Le opportunità di sviluppo sono oggi forse superiori a quelle precedenti la crisi: non c’è lo Stato al posto dei mercati; al contrario ci deve essere uno Stato che spinga tutti sul mercato, a cominciare dalla propria amministrazione. La riduzione della pressione fiscale deve essere accompagnata e preceduta dalla riduzione della pressione regolamentare per liberare l’innovazione nel settore privato come nel settore pubblico. La riforma fiscale è strategica in questa prospettiva, non perché essa possa comportare nell’immediato una riduzione complessiva della pressione fiscale, ma perché determini una profonda modifica strutturale del prelievo che rifletta la rottura degli interessi corporativi. Questo stesso spirito deve guidare la riduzione della spesa pubblica, necessaria a ottenere il pareggio di bilancio senza aumento delle tasse. Una riduzione della spesa che deve generare dall’aumento dell’efficienza e da una analisi attenta delle priorità. Questo è possibile attraverso il coinvolgimento attivo di tutta l’amministrazione, ma implica l’applicazione piena dei tre pilastri della riorganizzazione della Pubblica amministrazione, e cioè riforma del pubblico impiego, e-government , cioè digitalizzazione dell’amministrazione, e semplificazione amministrativa. In tal modo si incide fortemente anche sull’altra condizione di successo della strategia di rilancio, che è quella di aiutare il settore privato ad accelerare il suo processo di innovazione e di recupero di competitività. L’aumento della produttività e dell’efficienza nei settori della giustizia, della sanità e dell’istruzione hanno un effetto diretto rilevante sulla produttività totale dei fattori del settore privato e sul grado di attrazione del sistema Paese sugli investimenti. La riduzione degli oneri burocratici si traduce in riduzione dei costi unitari di produzione per le imprese e in aumento del reddito disponibile per i cittadini.
La sferzata di concorrenza, di cui l’economia italiana ha bisogno, passa anche dai comportamenti pro-competizione del settore pubblico attraverso la sua domanda sui mercati. Merito, trasparenza, innovazione debbono essere portati nella pubblica amministrazione per poi essere imposti anche al settore privato, laddove troppo spesso la ricerca della rendita ha frenato la crescita e condizionato le politiche pubbliche. Tutto questo naturalmente richiede che il Governo sappia respingere la ventata conservatrice neostatalista, di cui l’esito dei referendum è espressione, per riprendere con decisione la strada delle liberalizzazioni e della concorrenza in tutti i settori. Non credo che vi sia altro modo per riprendere la strada della crescita dal momento che non c’è più lo Stato pagatore in deficit. L’alternativa è la stagnazione.


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