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La storia di Giuseppe Pisanelli

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Oggi il Ministero della Pubblica amministrazione propone la storia di Giuseppe Pisanelli, uno dei migliori servitori dello Stato. Iniziativa promozza in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Giuseppe Pisanelli nasce a Tricase (Lecce) il 23 settembre 1812. Dopo essersi laureato in Giurisprudenza all’Università di Napoli, nel 1836 intraprende la professione forense e l’anno successivo pubblica il saggio “Della punibilità del mandante nei reati di sangue”. Dedicatosi all’insegnamento, nel 1838 fonda a Napoli una scuola privata di diritto e procedura penale e soprattutto approfondisce i suoi studi sull’abolizione della pena di morte. Contemporaneamente inizia a collaborare con la rivista “Il progresso delle scienze, delle lettere e delle arti”, dedicandosi anche all’attività politica, con orientamento liberale moderato. Eletto al Parlamento napoletano nel 1848, si impegna a fondo per l’abolizione della pena di morte ma anche per una riforma della legge comunale e provinciale così come per una legge sul duello, all’interno del più complessivo progetto costituzionale di matrice liberale. Sfuggito alla repressione borbonica dopo la parentesi rivoluzionaria, nel 1849 si imbarca per Genova e si stabilisce a Torino. Nell’estate dell’anno successivo si trasferisce a Parigi ed entra in contatto con altri esuli meridionalisti, in particolare con Guglielmo Pepe e Vincenzo Gioberti. Tornato in Piemonte nell’agosto 1853, viene raggiunto dalla condanna in contumacia alla pena di morte e alla confisca dei beni. Esule e vicino ad altri intellettuali meridionali emigrati nel Regno di Sardegna, inizia a collaborare con Pasquale Stanislao Mancini e Antonio Scialoja alla redazione di un “Commentario al codice di procedura civile per gli stati sardi”, significativa opera comparata di legislazione e giurisprudenza a cui lavorano altri tra i migliori giuristi piemontesi. Sempre più vicino a Cavour e fermo sostenitore della causa dell’unificazione nazionale, tra il 1859 e il 1860 si impegna anche nell’opera di riordinamento delle università di Modena e Bologna, e poco dopo su incarico di Cavour rientra a Napoli appena liberata. Assume per un breve periodo la guida del Ministero della Giustizia in seno alla dittatura di Garibaldi, tentando di estendere al Mezzogiorno l’ordinamento istituzionale e la legislazione penale del Regno di Sardegna. Eletto nel primo Parlamento italiano vi rimane fino al 1874, militando nelle fila della Destra storica e ricoprendo la carica di ministro di Grazia e Giustizia nei governi Farini e Minghetti (1862-1864). In tale veste si impegna nella repressione del brigantaggio e per l’attuazione delle relative misure eccezionali per il controllo militare delle province meridionali. Al tempo stesso, scontrandosi con il mondo ecclesiastico, promuove un progetto di legge relativo all’intervento dello Stato sul patrimonio della Chiesa, alla conversione dell’Asse ecclesiastico e alla soppressione di alcune corporazione religiose. Tuttavia il suo contributo più significativo rimane l’opera di unificazione legislativa, culminata nella messa a punto dei progetti di codice civile, di procedura civile e del primo libro del codice penale. Nel giugno 1865 viene nominato consigliere di Stato, continuando tuttavia ad occuparsi degli altri suoi incarichi istituzionali. In questo periodo partecipa alla Commissione nominata dal secondo governo Lamarmora per l’esame del disegno di legge relativo alla soppressione delle corporazioni religiose e dal 1866 al 1874 assume anche la carica di vicepresidente della Camera. Rieletto alle consultazioni suppletive della XII legislatura nel collegio di Brindisi, viene chiamato a rappresentare il collegio di Manduria in quelle del gennaio 1878. In questo periodo prende le distanze dal suo partito rispetto alle problematiche dei rapporti Nord/Sud d’Italia, criticandolo perché incline a una politica favorevole agli interventi nel Settentrione anziché al rilancio economico del Meridione. Tornato alla professione forense e all’attività didattica e di ricerca scientifica, pubblica tra l’altro “I progressi del diritto civile in Italia” (1871) e il “Trattato della Corte di Cassazione” (1875). Muore a Napoli il 5 aprile 1879.
La sintesi della sua biografia è tratta da un libro curato dal professor Guido Melis, massima autorità in materia di storia della Pubblica Amministrazione italiana, che si è avvalso di un nutrito gruppo di studiosi, della documentazione inviata dai ministeri e del contributo volontario di funzionari e dirigenti di varie amministrazioni. Il volume sarà presentato nell’ambito del prossimo ForumPA previsto per la prima metà di maggio di quest’anno e verrà distribuito al pubblico nel corso della mostra “La Macchina dello Stato” che si aprirà presso l’Archivio Centrale dello Stato. I personaggi trattati nel libro costituiscono il nucleo di partenza di una grande raccolta di testi, documenti, riferimenti bibliografici, immagini e filmati che si arricchirà nel tempo sino a formare un vero e proprio deposito di conoscenze, riferimenti e collegamenti sulla storia della Pubblica Amministrazione.


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