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Le nuove tecniche di conservazione della fertilità

Postato da on apr 20th, 2011 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

L’aumento del tasso di sopravvivenza ai tumori rende il mantenimento, o il ripristino, della funzionalità riproduttiva dopo la guarigione un obiettivo prioritario per gli oncologi, per garantire così una migliore qualità di vita alle donne che vengono colpite da tumore in età fertile, ma anche a quelle bambine in cui la neoplasia si manifesta in età pre-pubere.

Le procedure principalmente utilizzate per preservare la fertilità delle donne sono:

  • Crioconservazione embrionaria: gli embrioni da crioconservare si ottengono mediante tecniche di fecondazione in vitro. La procedura richiede la stimolazione ovarica in modo da poter raccogliere un certo numero di ovociti da fecondare in vitro con gli spermatozoi. Gli embrioni così ottenuti sono trattati e conservati in azoto liquido a 195°C fino al successivo reimpianto. Tale tecnica è collaudata e sicura ma inapplicabile nelle giovanissime in età pre-pubere e, in Italia, è applicabile solo nei casi previsti dalla legge 40/2004. Richiede dei tempi di esecuzione che escludono le donne adulte che necessitano di iniziare subito la chemioterapia o in quelle pazienti colpite da forme tumorali sensibili agli estrogeni, come alcuni tipi di cancro al seno, in cui la stimolazione ovarica causerebbe inevitabilmente una accelerazione della progressione tumorale.

  • Criopreservazione ovocitaria: gli ovociti vengono prelevati previa stimolazione ormonale, e successivamente crioconservati in azoto liquido a -195°C. Questa tecnica non è soggetta ad alcuna restrizione normativa, ed è attualmente la più diffusa in Italia nei centri di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Come per il congelamento degli embrioni, è una procedura cui si può ricorrere solo se ritardare l’inizio della terapia antitumorale non costituisce un rischio nella paziente, ed è comunque inattuabile nelle donne affette da tumore al seno ormonosensibile, e nelle bambine poiché il loro corredo ovocitario è immaturo.

La Banca del Tessuto Ovarico dell’Istituto Regina Elena ha l’obiettivo di preservare la fertilità di bambine e donne entro i 35 anni di età, prima di iniziare trattamenti chemio e/o radioterapici, attraverso una tecnica che prevede nuovi protocolli di congelamento e scongelamento, si attua in tempi brevissimi:

  • Criopreservazione del tessuto ovarico: Il chirurgo preleva in laparoscopia una porzione dell’ovaio denominata “corticale ovarica”, che verrà conservata in azoto liquido fino a quando la paziente non sarà in grado di sottoporsi al reimpianto. Si tratta quindi a tutti gli effetti di un autotrapianto. La corticale ovarica contiene un gran numero di follicoli primordiali quiescenti e molto resistenti. Una volta reimpiantato il tessuto ovarico riprende l’attività ormonale, i follicoli riprendono a rispondere alle stimolazioni ormonali fisiologiche e gli ovociti in esso contenuti seguono il processo naturale di maturazione. Si attesta pertanto come la sola tecnica proponibile alle bambine e alle pazienti ormono-sensibili.

Tutte e tre le tecniche necessitano di corrette modalità di congelamento al fine di non danneggiare le strutture e non alterare le caratteristiche funzionali delle cellule. La procedura classica di criopreservazione prevede un congelamento relativamente lento di cellule e tessuti, che può causare la formazione di cristalli di ghiaccio all’interno delle cellule, con possibile danneggiamento strutturale delle stesse. Si sta però affinando una metodica diversa, la vitrificazione. Questo processo trasforma l’acqua in uno stato amorfo, similvetroso, attraverso un congelamento rapido che impedisce la formazione di cristalli di ghiaccio. Tale metodica consente di diminuire i danni da congelamento.



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