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Morire di carcere

Postato da on feb 22nd, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

In Italia si muore di carcere. Ad aver contratto questa “malattia” sono più di 1579 detenuti negli ultimi 10 anni. Gli scomparsi sono tanti, e diversi i casi sui quali la magistratura ha deciso di aprire un’indagine. I parenti delle vittime, da anni in attesa di una risposta, hanno denunciato la situazione in una conferenza stampa tenuta negli scorsi giorni presso il Senato. Diversi esponenti politici hanno sostenuto l’iniziativa presenziando alla conferenza, fra questi Emma Bonino e Ignazio Marino. Molti detenuti hanno iniziato a scontare la pena in condizioni di salute ottimali, e senza alcuna spiegazione hanno perso la vita durante gli anni di reclusione. Si parla di diritto alla vita, ad una vita dignitosa, di diritto alla salute e alle cure, si parla di uno Stato in cui la giustizia non è un diritto garantito. Secondo le statistiche il numero di morti nelle carceri italiane è aumentato in modo esponenziale. Nel decennio 1960-1969, su una media di 32.735 detenuti, i suicidi sono stati 100, i tentativi 302 ogni 10 mila persone. Nel decennio 2000-2009, i suicidi nelle carceri italiane sono aumentate di 20 volte, su una media di 53.988 detenuti, i suicidi sono stati 588 mentre i tentativi 7.717 ogni 10 mila. Circa due volte al giorno c’è un tentativo di suicidio, le morti violente in Italia sono superiori a quelle delle carceri statunitensi. I casi sono disparati ma tutte le circostanze sono il frutto dell’errore di qualcuno, magari della giustizia che ha condannato ingiustamente, o forse degli psichiatri, o dei medici che non hanno prestato le dovute cure, o ancora, colpa dell’abuso di potere di alcuni secondini. Alcune di queste morti sono state denunciate dalla cronaca, come quella di Stefano Cucchi, altre invece sono rimaste completamente nell’ombra, come quella di Manuel Eliantonio, finito in carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Era fuggito durante un controllo, doveva scontare una pena di cinque mesi e dieci giorni, ma dal carcere non è mai uscito. Ha inviato una serie di lettere a sua madre denunciando i maltrattamenti subiti, il giorno prima di morire inviò l’ultima, lo picchiavano almeno una volta a settimana: “Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci”. Alla madre di Manuel hanno detto che è stato un incidente, ma il suo corpo era martoriato. Manuel era detenuto al Marassi di Genova. Anche Marcello Lonzi è morto per un “incidente”, l’11 luglio del 2003 a 29 anni, nel carcere di Livorno. Stava scontando una pena per tentato furto. Secondo la versione ufficiale la morte fu dovuta ad una caduta, ma i medici dicono che le fratture riportate, costole rotte, streno fracassato, e i vari lividi non sono compatibili con una semplice caduta. Anche Riccardo è morto “per cause naturali”, per un collasso, e infatti che sia stato ritrovato imbavagliato, con mani e piedi legati con fil di ferro, zigomo rotto, frattura dell’osso del collo in un bagno di sangue, è un fatto assolutamente marginale. Di casi come questi ce ne sono tantissimi, ogni giorno c’è un nuovo detenuto sottoposto a maltrattamenti, ad assenza di cure, come nel caso di Riccardo Boccaletti. E’ entrato in carcere che pesava 86 Kg, ne ha persi 40 in tre mesi, alla fine sveniva ogni due giorni. Era dipendente dalla cocaiana, voleva disintossicarsi e chiedeva di andare in comunità, persino il parere medico dello psichiatra, che diceva fosse necessario farlo uscire dal carcere è rimasto inascoltato. E’ morto un po’ alla volta, giorno dopo giorno, chilo dopo chilo. Da alcuni anni i nostri parlamentari si sono impegnati affinché venisse istituita una giornata nazionale dedicata alla memoria dell’olocausto, del genocidio di massa compiuto dai nazisti, ma anche da noi. Ricordare gli aspetti più vergognosi e crudeli della nostra storia è il miglior modo che abbiamo per evitare che quanto accaduto in passato possa verificarsi di nuovo, è il miglior modo per capire dove certi habitus mentali possano portare l’umanità. Il processo di Norimberga è stato fatto affinché l’umanità ricordasse che la civiltà concede un giusto processo ed un trattamento umano a chiunque, ma è stato inoltre un modo con il quale abbiamo reso inconfutabili gli orrendi crimini commessi. Solo così si è potuta restituire la speranza nell’edificazione di un mondo migliore. Fin tanto che i responsabili non verranno individuati, fin tanto che i loro colleghi avalleranno quegli abusi con i loro silenzi, qualcuno potrà persino dire che questi crimini non sono mai esistiti, e non avremo alcuna speranza di fermare questo orrendo fenomeno. E’ la collettività organizzata nello Stato ad avere il dovere di garantire a tutti noi il rispetto del diritto alla vita, ad una vita dignitosa, il rispetto del diritto alle cure e alla salute, il dovere di fare salva la garanzia di non subire trattamenti disumani o degradanti. Purtroppo fino al giorno in cui non si troverà giustizia a tutto questo, vivremo in uno Stato in cui la pena capitale è tacitamente ammessa.

Fonte : Notiziario, Associazione Ristretti Orizzonti


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