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Per le case scoppia la guerra fra poveri “Troppi stranieri, vengono a rubarcele”

Postato da on lug 31st, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

La tendopoli di Piazza d'Armi

La tendopoli di Piazza d'Armi

L’AQUILA – Bisogna entrare qui, nella tendopoli di piazza d’Armi, per capire come sarà la guerra di settembre, la battaglia fra poveri per la conquista di una casa. “Guardi quella tenda di romeni: da una settimana ci sono due bambini che prima non c’erano. Saranno andati a prenderli a casa loro per fare numero e avere più punti”. Nella tendopoli più grande dell’Aquila gli italiani si sentono ormai una minoranza. Parlano a bassa voce, quando indicano “quelli là”. “Iscriveranno i figli a scuola così ci passeranno davanti in graduatoria. Ma se davvero le case finiscono in mano ai romeni e ai peruviani, qui scoppierà la rivolta”.

C’è un sole che spacca e gli alberi sono merce rara. Si sta male, in questa città di tela. Ma c’è chi resta anche se potrebbe andare in un hotel perché “ha sentito dire” che quelli delle tendopoli avranno la precedenza, quando le C. A. S. E. – le nuove palazzine su piattaforma antisismica – saranno pronte, prima della fine di settembre. Ci sono anche anziani lasciati come “segnaposto”. Erano in albergo e sono stati portati qui dai figli, così “sicuramente un appartamento ce lo danno”.

Non è vero nulla, ma il tam tam continua a diffondersi. In Comune si sta discutendo una bozza per i criteri di selezione (da presentare alla Protezione civile) e la precedenza non viene data ai disperati ma a chi all’Aquila lavora e a chi iscrive i figli nelle scuole aquilane. Senza lavoro una città scompare – questa la “filosofia” della bozza comunale – e senza casa non si può lavorare. Ma sono bastate le prime anticipazioni ad alzare la tensione e il sindaco Massimo Cialente mette le mani avanti.

“Dobbiamo avere a disposizione altri appartamenti, requisendo subito quelli ancora sfitti. Dobbiamo assolutamente trovare un tetto ad altre migliaia di persone. Se a settembre ci saranno soltanto le C. A. S. E., io mi tiro indietro. Ci pensi la Protezione civile, a fare la selezione. Io non voglio dirigere una guerra fra poveri”.

Ancora due mesi di sofferenza, prima di sapere se si avrà la chiave di una casa o se si finirà in un hotel al mare o sul Gran Sasso. Ma la paura cresce e si dà retta alle voci più strane. “Dov’erano tutti questi romeni, peruviani, filippini prima del terremoto? E tutte queste badanti? In città non si erano mai visti. Il fatto è che con il terremoto questi hanno trovato l’America. Noi aquilani, quando gli aiuti arrivavano – da più di un mese nessuno offre più nulla – abbiamo preso un paio di pantaloni e un maglione a testa. Loro, gli stranieri, hanno fatto incetta di tutto. Hanno riempito le macchine, hanno portato vestiti e cibo fino in Romania. E hanno portato qui figli e cognati”.

Alla Protezione civile pensano ancora che queste “Case definitive per sistemazioni provvisorie” – come le definisce il capo del settore, Vincenzo Spaziante – siano la scommessa vincente. “In altri terremoti c’era una fase A dell’emergenza, la B con baracche e container e la C della ricostruzione. Per la prima volta saltiamo la fase B, e il nostro diventerà un modello per tutto il mondo”. Ma 14.000 letti non basteranno a mettere tutti al riparo. Sia pure in ritardo, qualche ripensamento c’è stato.

Nei Comuni vicino all’Aquila, e non nel capoluogo, arriveranno 1.500 casette di legno (che qui chiamano Map, Moduli abitativi provvisori) della dimensione di 40, 50 o 60 metri quadrati. La spesa sarà di 52.267.728 euro”.

“Io non capisco – dice Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia delle Belle Arti e promotore dell’associazione “Un centro storico da salvare” – perché queste casette di legno non siano state messe anche nelle tante frazioni dell’Aquila. Si spendono 6.000 euro al mese per mantenere in hotel una famiglia di 4 persone e non si spendono soldi per questi ricoveri provvisori ma decorosi. Il risultato è che la gente si arrangia: nel capoluogo stanno nascendo centinaia di case e casette, con negozi, spacci, decine di altre attività. Tutto senza regole”.

Sarà una battaglia non solo per i poveri. “Secondo le prime notizie, non ci sarà differenza fra inquilino e proprietario di casa. Se chi paga l’affitto ha un figlio più di te che hai comprato l’abitazione con decenni di risparmi, avrà la precedenza. C’è chi rischia di perdere la proprietà. Se in un condominio non si trova l’accordo per ricostruire – ci sono tante seconde case – potrà intervenire la Fintecna, società dove sono presenti lo Stato e i palazzinari, che potrà acquisire gli immobili a valori Ute, ufficio tecnico erariale. E’ l’ex catasto, che paga il valore dichiarato nei rogiti, fra un terzo e la metà di quello reale.

Il governo ha detto che i soldi per la ricostruzione saranno erogati in tre modi: finanziamento a fondo perduto, credito di imposta, credito agevolato. Ma perché usare gli ultimi due modi se c’è il finanziamento a fondo perduto? La nostra previsione è questa: fra qualche mese ci diranno: signori, i soldi sono finiti. Se volete, restano il credito di imposta, quello agevolato…”.

“Dopo quasi quattro mesi – dice Giovanni Lolli, deputato del Pd – non si è messa una pietra sull’altra e c’è chi parla di ricostruzione ben avviata. Il centro è ancora off limits anche per noi residenti. Abbiamo un ateneo che non sa se e come potrà ospitare i suoi 18.000 fuori sede, c’è un’economia distrutta, con 15.000 persone in cassa integrazione”. Un cartello, davanti alla storica pasticceria F. Nunzia, annuncia lo stato d’animo di una città che non sa se davvero “tornerà a volare”. “Chiuso dal 6/4/2009. Si riapre il …?


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