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Politiche per i diversamente abili: in teoria siamo bravi.

Postato da on mag 17th, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Uno dei punti salienti dei programmi elettorali in queste recenti elezioni regionali è stato quello legato al potenziamento della cosiddetta rete delle fragilità, ovvero la volontà da parte dei vari candidati, una volta eletti, di ascoltare con più attenzione e intervenire prontamente su quella fascia di popolazione che, per qualche tipo di inabilità, viene esclusa dal vivere sociale e con lei, di riflesso, la sua famiglia che deve gravarsi di  un onere, economico e non, molto spesso difficile da gestire. Di quello che avverrà nel prossimo futuro con  le politiche dei neo eletti non possiamo ancora parlare, ma possiamo commentare la situazione che questi nuovi politici hanno ereditato.

Da un punto di vista teorico l’ Italia, per quanto concerne le leggi volte a favorire l’integrazione della persone diversamente abili, è all’avanguardia in Europa; basti pensare alla legge 68 del 1999 che ha come finalità “la promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato” o la legge 328 del 2000  in cui “lo stato si prende carico di assicurare alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, promuovendo interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza, prevenendo, eliminando o riducendo le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia”.

Tuttavia quando ci si confronta con la realtà ci si accorge che, se sul piano teorico si sono fatti dei progressi, sul piano pratico la situazione è da rivedere, dagli ultimi dati analizzati, infatti, sono emerse delle contraddizioni evidenti.

La mancanza di autonomia fa sì che moltissimi ambiti della vita sociale siano ancora preclusi ai diversamente abili, l’integrazione nel mondo del lavoro e in quello scolastico è ancora carente, l’indagine su questo argomento ha evidenziato come il livello di istruzione dei disabili sia mediamente inferiore rispetto ai normodotati.

Alla base di questi “insuccessi” nell’attuazione delle norme vigenti si è riscontrata una difficoltà nel recepire le normative stesse e un ostacolo  notevole nel reperire le risorse finanziarie adeguate da parte dell’istituzioni locali, che, in ogni caso, le investono principalmente per creare un supporto economico a fini  pensionistici o assistenzialistici. Sistema assistenziale che , tuttavia, risulta inadeguato per rispondere alle reali esigenze di servizi da parte dei disabili e delle famiglie di questi, che non sono supportate da un idoneo “sistema di cura”.

Tornando al discorso dell’esclusione, come diceva Gaber, “libertà è partecipazione”, quindi, fino a quando queste persone saranno escluse, provate a prendere un bus con una sedia a rotelle, non saranno libere e la loro mancanza di libertà li porterà a non poter scegliere un percorso di studi, un lavoro, una vita, come tutte le altre persone, e di conseguenza a continuare a sentirsi ed essere escluse.

Fonti: istat


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