Galileo Galilei “Meglio è una piccola verità, che una grande bugia”

Albert Einstein “Non penso mai al futuro. Arriva così presto.”

Sei un tipo introspettivo? Non dipende dalla tua sensibilità ma dalla materia grigia

Postato da on set 20th, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Parlano poco, ascoltano tanto e ancor di più osservano, gli altri e soprattutto sé stessi, con grande capacità di rielaborazione emotiva. Sono quelle  che generalmente definiamo persone introspettive, associando questa loro attitudine all’indagine interiore ad un forte grado di sensibilità.

Eppure la cosa è meno poeticamente romantica e forse molto più scientifica di quanto si pensi.

I dati di una ricerca della University College di Londra, infatti, sostengono che la tendenza all’intropsezione è strettamente connessa alla quantità di materia grigia presente nella zona prefrontale anteriore.

Partendo dal presupposto che più si introspettivi, maggiore è il grado di autoconsapevolezza e, quindi, anche la capacità di valutare le scelte e il proprio margine di errore, gli studiosi, coordinati Geraint Rees dell’Istituto di Neuroscienze Cognitive dello Ucl, hanno sottoposto un gruppo di volontari ad un esperimento. In sostanza, un test che richiedeva loro di effettuare una scelta in un contesto che lasciava ampio margine di dubbio.
Confrontando le risonanze magnetiche  dei partecipanti, i ricercatori hanno costatato che in coloro che hanno mostrato di avere una maggior capacità riflessiva, si è osservato una  più alta concentrazione di materia grigia nella corteccia prefrontale anteriore destra e un astruttura particolare della circostante materia bianca.

Questo studio, qualora i risultati venissero confermati su un campione più ampio di soggetti,  potrebbe far pensare alla possibilità di allenare la capacità riflessiva di ognuno, il che avrebbe risvolti importanti in ambito terapeutico.

I neuroscienziati, infatti, spiegano: “Prendiamo l’esempio di due persone con il morbo di Alzheimer, uno conscio della propria malattia, l’altro no: è possibile che il secondo paziente si rifiuti di prendere i farmaci. Se riuscissimo a comprendere le basi neurologiche dell’autoconsapevolezza, potremo un giorno sviluppare trattamenti e strategie mirati al suo allenamento”.

Fonti: Galileo


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