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Talassemia, c’è un nuovo metodo per scegliere il donatore evitando la reazione GVHD.

Postato da on nov 16th, 2010 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Il protocollo sperimentale è stato messo a punto all’Università di Cagliari.

Attualmente per i malati di talassemia l’unica speranza di guarigione è il  trapianto di midollo osseo, o più correttamente di cellule staminali ematopoietiche. Chi si sottopone a trapianto però corre un rischio: la malattia del trapianto contro l’ospite, in inglese Graft versus Host Disease o GVHD, la reazione avversa più diffusa e pericolosa. Oggi, grazie a una ricerca condotta da una equipe di ricercatori dell’Università di Cagliari è possibile scegliere il donatore più idoneo tenendo conto di un nuovo fattore predittivo di GVHD diminuendo il rischio di questa reazione. Secondo i risultati dello studio appena pubblicato su BMT, infatti, risulta che vi sia una maggiore possibilità di questa reazione avversa se il donatore è omozigote per l’aplotipo KIR di gruppo A – i geni KIR codificano per un sistema di recettori che modulano l’attività delle cellule Natural Killer, cellule linfocitarie implicate nella reazione immunitaria. Viceversa lo stato di eterozigote, e dunque con almeno la presenza di un aplotipo di tipo B riduce il rischio di GVHD. 

A Cagliari utilizzano già di routine questo nuovo fatto predittivo per i trapianti su pazienti talassemici. Questo anche grazie ad un sistema computerizzato basato su un algoritmo (Rete Neurale Artificiale) che permette di individuare velocemente il miglior donatore tenendo anche conto del tipo di aplotipo dei recettori Kir. “Di fatto – spiega il prof Giorgio La Nasa, direttore di Ematologia all’Ospedale Binaghi di Cagliari e uno degli autori dello studio – la GVHD è l’esatto contrario del rigetto. Quando vengono trapiantate le staminali ematopoietiche, infatti, cambiano tutte le cellule del sangue, il sistema immunitario diventa quello del donatore e può succedere che le cellule responsabili della risposta immunitaria non riconoscano come proprio l’organismo ospite, ad esempio quello del malato di talassemia, attaccandolo”. Insomma il sistema immunitario del donatore sostituisce quello del ricevente e la fa da padrone di casa, attaccando tutto ciò che non riconosce come proprio, e cioè il ricevente stesso.  Proprio sul funzionamento delle cellule natural killer e sul loro legame con la GVHD si è concentrato lo studio, frutto di una ormai consolidata collaborazione tra il dipartimento di Ematologia e quella di Genetica Medica, diretta dal prof. Carlo Carcassi.

Lo studio in questione ha posto particolare attenzione sul ruolo dei recettori KIR – Killer Ig-like receptor che può essere caratterizzato da due aplotipi differenti, il gruppo A o B.

I ricercatori hanno dunque effettuato uno studio su campioni biologici di 78 malati di talassemia di età compresa tra 1 e 29 anni che avevano subito un trapianto di midollo da donatore non consanguineo e dunque attraverso cellule staminali provenienti dalle biobanche internazionali. La rete internazionale delle cellule staminali ematopoietiche conta attualmente circa 11 milioni di donatori e permette dunque di effettuare una scelta molto accurata del migliore. I ricercatori italiani hanno dunque trovato che i pazienti trapiantati da donatori omozigoti per l’aplotipo KIRdi gruppo A avevano un rischio maggiore di sviluppare GVHD acuta rispetto a coloro che avevano ricevuto il trapianto da un donare avente almeno un aplotipo KIR di gruppo B. Lo studio suggerisce dunque che la genotipizzazione KIR del donatore e del ricevente potrebbe contribuire ad identificare i pazienti ad alto rischio di sviluppare gravi complicazioni post trapianto. “Quando ci troviamo davanti a forme di leucemia particolarmente aggressive – spiega La Nasa – siamo obbligati a procedere al trapianto con un’urgenza per salvare la vita del paziente e a volte non è possibile fare selezioni ulteriori a parte quelle indispensabili. Ma la talassemia è una malattia cronica che si può ormai definire a prognosi aperta, i nuovi farmaci permettono una vita più lunga e migliore; in questi casi possiamo e dobbiamo, prima di procedere al trapianto, trovare il miglior donatore possibile”.


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