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Transformers 2: la vendetta del Caduto – la recensione

Postato da on giu 26th, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Optimus Prime, uno dei personaggi principali

Optimus Prime, uno dei personaggi principali

Di Michael Bay si può dire di tutto e di più. Tranne che – condivisibilmente o meno – non porti avanti un’idea di cinema precisa e riconoscibile, a suo modo persino autoriale. Da questo punto di vista, appare ovvio che Transformers 2: La vendetta del caduto rappresenti l’espressione massima, una sorta di punto d’arrivo (di non ritorno?) di un’estetica e di una narratività. Un punto d’arrivo apparentante definitivo, nella sua radicalità.

Rispetto al suo predecessore, questo secondo capitolo della serie dei Transformers è esattamente come era stato promesso sarebbe stato: bigger, longer, louder. Sembra quasi che Bay miri oramai più allo stordimento del suo pubblico che non al suo coinvolgimento o al suo stupore, tanto questo suo nuovo film è un vero e proprio assalto all’arma bianca ai sensi dello spettatore. E la considerazione non riguarda soltanto l’aspetto più evidente e banale di Transformers 2: ovvero il suo voler portare parossisticamente all’estremo le caratteristiche spettacolari e pirotecniche del suo cinema, sia dal punto di vista visivo che da quello sonoro, nonostante alcune sequenze risultino davvero ai limiti dell’intellegibilità per quanto sono frastornanti. L’impressione infatti che Bay stia progressivamente traslando ed esportando il suo non delicatissimo tocco dalla struttura formale a quella contenutistica e narrativa: Transformers 2: la vendetta del Caduto si fa infatti ridondante e spesso inutilmente sovraccarico anche dal punto di vista della trama e delle modalità con cui la stessa viene declinata. L’horror vacui bayiano, insomma, pare volersi espandere anche alla parola scritta (la sceneggiatura) e parlata (i dialoghi).

È per questo che questo nuovo film di Bay inframmezza le innumerevoli e onnipresenti sequenze d’azione – dalle più “semplici” alle più complesse e rococheggianti – con altre in cui a farla da padroni sono dialoghi ridondanti composti soprattutto dai cosiddetti “spiegoni”, ovvero monologhi straripanti nei quali vengono inutilmente ribadite ed esplicitate le motivazioni che si celano dietro alle gesta di questo o quel personaggio, quando non sono unicamente funzionali al riepilogo di una trama che non è esattamente complessa come il Tractatus di Wittgenstein.

Che il regista americano lavori e agisca in questo modo, non è solo figlio della volontà di assecondare ed andare incontro a un pubblico di riferimento che chiaramente, per età e formazione, ha una soglia dell’attenzione piuttosto bassa. È piuttosto un’operazione – forse inconscia – di rispecchiamento contenutistico di una forma oramai canonizzata. In questo senso analoga al parallelismo identificativo tra macchine, creazioni virtuali e corpi fisici già anticipato nel primo film, e persino prima in The Island: Bay tratta tutto e tutti allo stesso modo, trama e forma, attori e creature digitali, significanti e significati. Tutto viene parificato e omogeneizzato, nel nome della ricerca costante ed ansiogena di una nuova frontiera dell’effimero, dove tutto è solo in funzione dell’immagine in quanto tale, e della sua indiscussa superiorità. Da qualunque lato o dimensione la si approcci.



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