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Albert Einstein “Non penso mai al futuro. Arriva così presto.”

Viaggio nel deserto di Malpensa “Così si spegne un aeroporto”

Postato da on set 7th, 2009 e file sotto Primo Piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Il terminal di Malpensa

Il terminal di Malpensa

MALPENSA (VARESE) – Se una mattina di fine estate un viaggiatore di media cultura capita alla Malpensa, e si ricorda di com’era sino a due anni fa, può pensare a due libri: Dissipatio H. G., di Guido Morselli, e il Deserto dei tartari, di Dino Buzzati. Il primo libro parla di un uomo che si sveglia solo al mondo. Intorno a lui non c’è più il genere umano, ma “relitti fonico-visivi”. Il secondo è l’eterna attesa di un impegno, nel fronteggiare un nemico, che forse non arriverà mai, forse chissà. E da una signora alta, vestita di nero, negozio agli Arrivi, piove una frase che vale una sintesi della vita agra di quest’aeroporto: “Siamo passati in un amen dagli uomini d’affari ai turisti per caso”. Il che significa calo degli incassi, dell’educazione media, del piacere di vendere: “Una volta – spiega – vedevi entrare in negozio quelle persone danarose, da prima classe, internazionali, ora entrano queste famiglie delle vacanze tutto compreso, sono proprio cambiate le facce della gente”.

Davanti alle grandissime finestre rettangolari, che si affacciano luminose sulle piste e sulle Prealpi, camminano poche persone. Qualche coppia. Un gruppo di anziani. Per gli abiti, per il tipo di valigie, persino per le pettinature sembra, in effetti, più un pubblico da stazione Centrale che da un aeroporto internazionale, com’era e come resta Malpensa. Al piano superiore, zona check-in, davanti all’insegna verde e rossa del “Panino giusto”, marchio famoso nella Milano da bere anni Ottanta, altra conferma della “dissipazione” umana: “Un po’ di movimento c’è venerdì e sabato, con i charter. Nel resto della settimana a volte non passa anima per ore. Abbiamo avuto, rispetto a tre anni fa, e io c’ero – dice la ragazza in divisa, finendo di spillare una birra – un calo direi del sessanta per cento”.

E nella cartolibreria ex Marcos y Marcos una precisa lettura del fenomeno viene fatta dalla signora Lucia attraverso le riviste che vende: “Noi – racconta – siamo sotto del quaranta per cento rispetto all’anno scorso ma il senso della trasformazione sta in questo. Una volta vendevamo non poche riviste di nautica, e quelle le compra la gente che ha una barca, o vuole avere una barca, in ogni modo persone danarose. Bene, di queste non se ne vendono più. Zero. E invece vendono di più le riviste di gossip. E poi, l’unico dato sempre in crescita sono i “Gratta e vinci”. Così – conclude Lucia – ci siamo attrezzati, cambiando un po’ la merceologia del negozio, lucchettini, pennine… “.

Da quando Malpensa non è più “hub”, e cioè un centro di raccolta passeggeri, come Parigi, Londra o Francoforte, e da quando Alitalia è passata da oltre 1200 voli a settimana al misero dieci per cento del traffico totale, con cinquanta movimenti al giorno, lo sconforto, la stanchezza, la sfiducia per il “torto subito” crescono. I conti si fanno in fretta. Nel luglio 2007 c’erano stati 309 mila passeggeri nei voli nazionali, e oltre due milioni degli internazionali, frequentati da top manager. Nel 2009 sono 96mila quelli dei nazionali, e un milione e 600mila agli internazionali, quasi tutti charter. Se fosse un ristorante, avrebbe chiuso.

I segni si vedono. Della “Casa di Topolino” restano i poster incollati sul pavimento. Chiuso il negozio che vendeva le magliette delle squadre italiane. Non più orario continuato in moltissimi negozi di moda, dove le commesse, truccate come dive dei serial, passano ore senza vedere un cliente. Stessa “rella”, come si dice da queste parti, nella Farmacia, dove il calo dei farmaci corrisponde ovviamente al calo dei passeggeri.

Eppure, si resiste al “nemico”. E, quasi, si lotta: “Tutti i dipendenti hanno accettato di fare quattro giorni di cassa integrazione al mese, sì, tutti quanti, per non far pesare questa crisi per esempio nel nostro settore”, dice C., del reparto bagagli, “dove andavamo benissimo. Erano stati spesi 60 o 70 milioni di euro per far girare meglio i bagagli dei voli in transito, con tanto di microchip sotto ogni carrello, e ora voli in transito non ce ne sono praticamente più”, racconta. Chi passa nell'”Area transiti” del Terminal 1, un tempo affollatissima tra salite e discese, resta impressionato dalla sua ambivalenza. C’è un gran silenzio. I tabelloni raccontano voli internazionali rarefatti. I pavimenti, vasti come quelli di una cattedrale quando non c’è messa, luccicano e non si sentono tacchi. Però ecco spuntare nel deserto anche un ala nuova: sta crescendo in previsione di un “terzo satellite”, cioè di una terza pista. Indispensabile sino a quando Malpensa era hub, ma ora? L’idea non è stata mollata: “Abbiamo presentato ad Enac il piano di sviluppo ormai sei mesi fa e, appena avremo ricevuto tutte le autorizzazioni, dobbiamo indire una gara per i lavori di costruzione della terza pista”, tuona Giuseppe Bonomi, il presidente della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi.

“Che differenza c’è tra uno della Brianza e una mosca? Nessuna, tutti e due s’attaccano ai vetri”, dice un proverbio. Questo spirito lombardo sembra dunque procedere. Davanti all’aeroporto, enorme, al posto del parcheggione multipiano, sta spuntando uno Sheraton. Il progetto dell’albergo ricorda i tasti di un pianoforte, con rettangoli larghi, bassi, dalle linee eleganti: “Sembravano aver smobilitato, gli operai sono stati fermi un po’, ma da due settimane abbiamo visto tornare a lavorare ben tre squadre”, raccontano i negozianti. Un’altra mano è arrivata da Easy-Jet, la compagnia aerea che al Terminal 2 ha sistemato moltissimi dei suoi voli a basso costo e arriverà presto a “posizionare” qui il suo sedicesimo aereo.

Per tutto questo, Malpensa ha appena tirato un sospiro di sollievo: a luglio è rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’anno scorso. Sembra piccola cosa, invece il presidente Bonomi ci decifra un pezzo di futuro: “Dall’anno zero, che io fisso nel marzo 2008, la Sea, a differenza di altri casi noti a livello europeo, continua a crescere sia come volume di traffico che come passeggeri”.

Nessuno di quelli che contano ama però dire, intorno a Malpensa, una verità oggettiva (e non politica). Questo aeroporto era stato voluto dai politici del Nord, Lega e Roberto Formigoni in testa, come dimostrazione di imperio, senza badare troppo alla logica industriale. A quella clientelare sì: posti di lavoro, indotto, assunzioni, si vociferava persino di un compratore in caso di privatizzazione. Ma nelle campagne lombarde le “Malpensaa”, e cioè “malpensate” (si chiamava così quella di Pontevico del bresciano, dove emerse il primo caso di “mucca pazza”), sono le cascine che hanno qualche cosa che non va, dall’orientamento solare alla distanza dall’acqua. E il grande aeroporto internazionale non si è sottratto a questo destino. Non è mai stato “comodo”. È lontano da Milano, e ci si arriva dopo una quarantina di chilometri di tangenziali e di un’autostrada gonfia d’auto e Tir. I taxi costano 85 euro, il doppio di Roma. Le Ferrovie Nord hanno corse minime, due all’ora, e la sera i treni si dissolvono. Gli stessi politici che l’hanno voluto ieri, sembrano incerti oggi. Quando il governo ha “salvato” (si fa per dire) Alitalia, affidandola alla Cai, la Cai non sapeva che farsene di questa Malpensa. E ha trasferito quasi tutto a Roma-Fiumicino.

Se c’è stato chi, come l’ex ministro Roberto Castelli, aveva minacciato “una Lega pronta a tutto per difendere Malpensa, anche geometrie variabili in Parlamento”, la politica del centrodestra si è allineata ai desideri del premier Silvio Berlusconi. Molte speranze sono riposte adesso nei tedeschi di Lufthansa, la compagnia che dal gennaio all’agosto di quest’anno ha avuto un incremento del 104 per cento. E che dal febbraio di quest’anno a oggi ha trasportato quasi 600mila passeggeri. E che per di più ha già programmato per il 2010 nuovi voli intercontinentali tra Malpensa e varie capitali, con la speranza di far riqualificare come hub lo scalo.

“Lo stivale è sempre di moda”, dice la sua pubblicità. Campeggia anche in un incrocio” al piano “meno uno”, dove convergono i viaggiatori arrivati dai parcheggi, dai bus e dai treni. Un luogo che sembra studiato per incrementare l’amicizia tra sconosciuti e l’inglese, visto è tutto un domandarsi: “Per gli Arrivi?”. “E le Partenze?”. I troppi lavori in corso hanno fatto scordare di piazzare qualche cartello: e i nuovi viaggiatori, meno internazionali, in ciabatte e short, si scrutano e si perdono. Ma chissà, forse già nel 2010, se davvero gli organizzati tedeschi isseranno la loro bandiera sull’aeroporto padano…

fonte Repubblica.it


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